San Pietro a Corte
gestione del territorio
San Pietro a Corte
Aula superiore (del trono) con la Cappella Palatina
I nobili guerrieri longobardi (exercitales), i duchi, i marphais e i gasindi, perduta la capitale Pavia ed il regno del Nord, giunsero profughi (reliquias gentis langobardorum) a Salerno, chiamati (nobiliter et honorifice) da Arechi II, sposo di Adelperga e genero di Desiderio, l’ultimo re dei Longobardi, sconfitto nel 774 da Carlo Magno.
Nel mezzo di quel doloroso e drammatico epilogo (secondo semestre 774) il duca di Benevento Arechi II si era autoproclamato Princeps gentis Langobardorum e con grande acume tattico aveva messo in atto una politica realistica di compromessi con Carlo Magno, Roma e Bisanzio, riuscendo così a rendere stabile e duratura un’enclave longobarda al Sud che durerà fino al 1076, comprendente territorialmente quasi tutta l’Italia meridionale (dai Monti della Laga in Abruzzo alla Provincia di Cosenza).
Tale azione rigeneratrice della nazione longobarda viene largamente esaltata negli esametri scritti da Paolo Diacono nel Carme per le fortificazioni e gli edifici di Salerno nell’VIII secolo.
La decisione arechiana di avvalersi di una seconda città fortificata dopo Benevento, creò un ulteriore polo di aggregazione e sviluppo del suo ducato, dando luogo, oltre alla ricostruzione delle mura, anche all' edificazione di un 'sacratissimo palazzo' di governo.
La reggia fu eretta a cavallo delle mura della città prospicienti il mare e fu realizzata in un’area in cui vi erano già le possenti mura delle terme imperiali di I - II secolo d. C., già abbandonate alla fine del III secolo.
Oggi, le mura perimetrali Nord - Est e Nord - Ovest della chiesa di San Pietro a Corte rappresentano gli unici elevati di architettura civile di età longobarda presenti in Europa e quindi un bene eccezionale che richiederebbe l’inserimento nel sito seriale UNESCO Italia Langobardorum.
Una grande epigrafe commemorativa, il titulus minor dettato da Paolo Diacono, storico dei Longobardi, i cui pochi elementi superstiti sono oggi esposti in una teca posizionata sul lato sinistro dell’altare maggiore, addossata all’angolo della parete Nord-Est, definivano la grandezza politica e la religiosità di Arechi II ed esaltavano la regalità del Palatium e dell’annessa cappella palatina. Dopo la presa di Salerno da parte dei Normanni nel 1076 il palazzo perse la sua funzione di centro di potere politico e fu adibito a scuola di grammatica.
L’aspetto del palazzo è ricostruibile sulla base di alcune sue parti superstiti, mentre l’arredo architettonico, almeno per quanto riguarda l’aula di rappresentanza con annessa cappella palatina, è ricostruibile in virtù dei numerosi frammenti di pavimentazione in opus sectile, realizzati in prevalenza con marmi di spoglio, visibili dietro l’altare maggiore (tre litostrati di opus sectile pavimentale) e in una teca situata al di sotto della parete Sud-Est (opus sectile parietale a foglia d’oro).
Una grande epigrafe commemorativa, il titulus minor dettato da Paolo Diacono, storico dei Longobardi, i cui pochi elementi superstiti sono oggi esposti in una teca posizionata sul lato sinistro dell’altare maggiore, addossata all’angolo della parete Nord-Est, definivano la grandezza politica e la religiosità di Arechi II ed esaltavano la regalità del Palatium e dell’annessa cappella palatina.
Dopo la presa di Salerno da parte dei Normanni nel 1076 il palazzo perse la sua funzione di centro di potere politico e fu adibito a scuola di grammatica.
A partire dal XV sec. diventò un centro di potere religioso in quanto sede di un’importante e potente abbazia regale commendataria, i cui abati (prelati di alto rango e cardinali) venivano nominati esclusivamente dalla famiglia di Teodoro Mormile, incaricato come primus inter pares nel 1508 da re Ferdinando il Cattolico, scelti tra le famiglie nobili napoletane alleate dei re di Napoli quali i Sanchez, i Sanfelice, i Caracciolo e i Pignatelli-Mormile, con il beneplacito dei Papi.
Notevoli sono i dipinti oggi presenti nell’aula superiore e commissionati agli artisti del tempo dai vari abati commendatari.
Nell’ordine abbiamo: sopra l’altare maggiore una pala lignea del 1592 commissionata al pittore Decio Tramontano dall’abate Decio Caracciolo in cui egli stesso in abiti talari si fa rappresentare inginocchiato per essere presentato alla Vergine incoronata tra Angeli da quattro Santi da sinistra a destra: San Pietro, San Paolo e i Santi dottori della Chiesa, san Ciro e san Giovanni soldato; sull’angolo della parete Sud-Est un dipinto tardo - seicentesco di Paolo de Matteis raffigurante in una iconografia Santa Caterina d’Alessandria e al di sotto un dipinto raffigurante San Giuda Taddeo; sulla parete Sud due tavole settecentesche rappresentanti San Giuseppe con Bambino e il martirio di Santo Stefano, una statua dell’Immacolata Concezione e una tavola datata 1782 di Romualdo Formosa raffigurante l’abate Giuseppe Pignatelli inginocchiato ed orante.
Lo stesso Abate commissionò a Filippo Pennino e bottega la tela del soffitto ligneo raffigurante l’ascesa della vergine al cielo tra Santi (San Matteo, San Pietro e San Paolo, etc…) ed angeli tra figure allegoriche con ai quattro angoli lo stemma dei Pignatelli (tre pignatte e una parte del labello T), datata nella prima metà del XVIII sec..
L’abbazia commendataria fu definitivamente soppressa dalle leggi post-unitarie (leggi Siccardi) del 1862 e successivamente venne riacquistata dalla stessa famiglia Pignatelli - Mormile per 1000 ducati, e rivenduta a sua volta ai coniugi Matteo Salzano e Raffaella Caiafa, che a loro volta vendettero l’aula del trono alla Confraternita dell’Immacolata Concezione, separando la stessa aula dal restante palazzo con una parete divisoria.
Nel 1938 la Confraternita dell’Immacolata Concezione confluì armi e bagagli nella Confraternita di Santo Stefano trasferendo tutti i beni di sua proprietà. Da quel momento la Confraternita di Santo Stefano assunse anche il titolo dell’Immacolata Concezione divenendo proprietaria del bene.
Oggi, proprio grazie alla Confraternita di Santo Stefano, la Chiesa di San Pietro a Corte è officiata ed aperta al pubblico mentre le visite guidate sono affidate e curate dai soci volontari del Gruppo Archeologico Salernitano APS.
