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PAOLO
DIACONO E LA CAPPELLA PALATINA DI SALERNO
Il
26 agosto 787 moriva a Salerno Arechi II, il principe
che con accorto ingegno politico, nonostante la disfatta
inflitta da Carlomagno ai Longobardi del regno di Desiderio,
assicurò al suo popolo, per altri tre secoli, le condizioni
di quasi incontrastato dominio dell'Italia meridionale.
Paolo Diacono, l'alto dignitario della corte arechiana,
e il successivo artefice del Chronicon Salernitanum (sec.
X), fra gli altri, tramandano lo splendore delle architetture
ordinate dal principe che a Benevento aveva fatto ampliare
le mura e costruire la chiesa di S. Sofia. La rifondazione
arechiana di Salerno scaturì da diverse esigenze politiche
e strategiche, fra le quali non ultima quella di fornirsi
di una seconda città ben fortificata nella regione oltre
a Benevento, ancora capitale del vasto ducato meridionale.
A Salerno Arechi riorganizzò le mura di difesa ed il castello
sulla collina del Bonadies e per sé ed il suo governo
costruì un palazzo a cavallo delle mura, verso il mare,
e vi pose la sua cappella privata dedicata ai santi Pietro
e Paolo. Aemula Romuleis consurgunt moenia templis,…canta
Paolo Diacono nell'introdurre il suo Carme per le fortificazioni
e gli edifici di Salerno. L'accostamento a Roma già
di per sé rivela l'adesione culturale, ma anche la manifesta
politica, cui i Longobardi del Sud tennero più d'ogni
cosa pur di accreditare la propria legittimità ed autonomia
rispetto a Bisanzio e ai Franchi. L'architettura aulica della cappella
palatina dei Santi Pietro e Paolo a Salerno assume perciò
l'eloquente carattere di modello, e suscita nelle cronache
dei secoli successivi un ricordo entusiastico. Il mito
circa la costruzione del palazzo, trasmesso dall'Anonimo
salernitano nel secolo X, narra dei ritrovamenti del tempio
e della statua d'oro del dio Priapo, durante lo scavo
delle fondazioni. Arechi distrugge il tempio pagano e
sulle rovine costruisce la sua cristiana cappella privata
che decorerà copiosamente utilizzando l'oro del dio pagano.
Il racconto svela l'azione propagandistica delle costruzioni
arechiane, di quel duca cioè che assumerà fin dal 774
il titolo e le insegne di princeps gentis langobardorum,
di colui che ridà forza alla sua gente. Nel 1976 furono
avviati dei lavori di consolidamento negli ambienti attualmente
ipogei della cappella palatina di Salerno, lavori che
si risolsero nello sterro dei riempimenti effettuati a
partire dalla fine del XVI secolo, allorquando i livelli
stradali dell'età moderna erano già accresciuti di circa
sei metri rispetto al livello di frequentazione del VII-VIII
secolo, rendendo per l'appunto ipogei quei locali che
a loro tempo erano stati costruiti alla stessa quota delle
strade circostanti. Fin dai primi interventi di restauro
fu individuato un ambiente termale del I-II sec. d. C.,
occupato da un complesso cristiano a partire dal V secolo.
Prima dell'intervento di Arechi Salerno era già una città
piuttosto attiva come si intuisce dalla circolazione delle
numerose monete gote e bizantine conservate nel Museo
Archeologico Provinciale: molte sono le monete di Giustino
I, di Giustiniano, di Atalarico e di Eraclio. A queste
ultime vanno aggiunte le rare epigrafi del V, VI e VII
secolo, rinvenute in città, per lo più proprio negli ambienti
sottostanti la cappella palatina di Arechi II. Le sepolture
nella chiesa ipogea chiariscono la continuità dell'uso
di un edificio ecclesiastico tra il V ed il VII secolo,
da parte di famiglie di origine romana, greco-bizantina,
gota: i nomi di Socrates, Albulo, Eutychia,
Theodenanda, Verulo incisi sulla pietra
appartengono ad abitanti di una città dove differenti
etnie avevano superato la iniziale diversità e dove il
flusso di denaro non sembra essersi mai interrotto. La
città, nonostante il susseguirsi di alluvioni - la più
antica è ricordata tra la fine del secolo IV e gli inizi
del V - è, dunque, rilevante già prima del 774, quando
Arechi II, costretto a riorganizzare i suoi domini dopo
il crollo del regno di Desiderio, decide di farne uno
dei punti cardini della ristrutturazione economica del
ducato. Nel suo ducato Arechi accolse i profughi
dal Nord donando loro vallate e boschi, per la sua gente
costruì monasteri e chiese. Non più, dunque, relitti dispersi,
ma nuove energie necessarie per mettere a frutto nuove
terre dissodate e le grandi foreste. Ora si potevano ricostruire
le città del ducato. Queste sarebbero divenute centri
propulsori per l'economia e l'autonomia della nazione
rinnovata. Tale risoluzione si integrava nella tradizione
politica di Bisanzio, dove gli imperatori, fin dal termine
della ormai lontana guerra contro i Goti, avevano perseguita,
con alterna fortuna, la ristrutturazione dei centri urbani
delle provincie proprio per riorganizzarne il tessuto
economico. Da Paolo Diacono ad Erchemperto, a Leone Ostiense,
al Chronicon Salernitanum, l'esaltazione dell'azione di
structor di Arechi fu comune e continua. Essa poteva
essere riassunta - allora come oggi - attraverso alcuni
monumenti simbolo del potere, della mentalità e della
cultura dei Longobardi del Sud. Vediamo come e quali.
"...inter Lucaniam et Nuceriam urbem munitissimam
ac precelsam in modum tutissimi castri idem Arichis opere
mirifico extruxit quod...Salernum appellabatur".
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