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A nostro avviso, le due torri denotano, la presenza di due presidi militari (oggi si direbbe posti di polizia stradale), responsabili della sicurezza delle strade. La stazione stradale di Salerno (la mansio), presidiata da militari, doveva trovarsi a Fratte: esattamente dove c’era lo stabilimento idrico Vitolo Gatti.

In epoca augustea, nella valle dell’Irno, doveva esserci una rinomata stazione idropinica, come si rileva dalla epistola XV di Orazio Flacco. Il poeta chiede a Numonio Vala, un medico salernitano suo amico, informazioni su due località marine: Velia e Salerno. Antonio Musa, il medico personale di Augusto, aveva dato un consiglio a Orazio di "cambiare aria", di non andare più a Baia, di andare a soggiornare a Velia o a Salerno per poter curare meglio la sua salute (soffriva di gotta e di mal di stomaco).

Il famoso medico, in realtà, aveva prescritto al poeta una cura idropinica in una località di media frescura (gelida... unda... per medium frigus ) come Velia o Salerno. Gli aveva consigliato, come si dice oggi, una cura a base di acqua minerale, fresca, frizzante ed effervescente. Dunque, a Salerno, nella valle dell’ Irno, dovevano esserci, in epoca augustea, le termae frigidae, adatte alla cure idropiniche: dovevano trovarsi a Fratte, nello stesso luogo dove vi è ancora una grossa sorgente d’acqua minerale. Tutta questa località è stata sconvolta sia durante la costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, sia dall’edilizia abusiva: la zona, ancora salva, è coperta da fitta vegetazione.

Come è noto, fino a qualche anno fa, qui c’era lo stabilimento Vitolo Gatti, che imbottigliava la nota acqua minerale, fresca ed effervescente. In quella zona, parzialmente coperta da fitta vegetazione, doveva esserci la stazione di Salerno (mansio), contrassegnata, nella Tavola di Peutinger, come abbiamo detto, con due torri. In questa zona il Gruppo Archeologico non ha potuto neppure entrare per esplorare il soprassuolo: è suolo privato.

Nella nota epistola, Orazio si rivolge all’amico: evidentemente voleva essere invitato a Salerno. Gli chiede: "Com’è la stagione invernale a Velia, qual è, o Vala, il clima di Salerno, che gente c’è da quelle parti, la strada in che stato è ...? " (Quae sit hiems Veliae, quod caelum, Vala, Salerni, / quorum hominum regio et qualis via ...? ). Evidentemente conosceva i passi di Lucilio e Cicerone relativi alla situazione viaria.

Orazio per arrivare a Salerno doveva percorrere la via Appia da Roma a Capua e, di qui, via Nocera, doveva raggiungere Salerno. Orazio, che certamente aveva sentito parlare del dissesto della via Capua-Salernum, non a caso chiede a Vala qual era lo stato di questo tratto viario.

La via Regio-Capuam, che ha come capolinea proprio Capua, nelle due epigrafi rinvenute a Roma nel 1883 e 1884, è detta: Appia-Annia. Il Gruppo Archeologico ha esplorato il tracciato viario antico: da Fratte si snoda sul fianco settentrionale delle colline di Giovi, lungo la valle delle Rane, le valli del Grancano e del Sordina, verso Staglio e Pontecagnano.

Da Fratte fino alle taverne di Pontecagnano, presso S. Antonio a Picenza, dove evidentemente era la stazione (mansio) di Picentia , intercorre una distanza di VII miglia (circa 10 km). Perciò le XII miglia segnate nella Tavola di Peuntiger vanno rettificate in VII. Fra la stazione di Salernum, sita a Fratte, e quella di Picentia, (taverne di Pontecagnano), vi era una mutatio in località masseria la Trinità. Si tratta di una vecchia taverna trasformata in abitazione agricola: si trova in un sito archeologico. Qui vi è una grossa sorgente d’acqua e nel terreno arato affiorano abbondanti frammenti di ceramica databile ad epoca romana e medioevale. La squadra di esplorazione, da questa località, ha percorso a piedi, attraverso una fitta boscaglia, il tracciato antico della via che va verso Fratte: non ha potuto completare l’indagine nell’ultimo tratto poiché, vicino Fratte, la via è sbarrata da un fondo boscoso privato. Questo percorso viario, molto antico, da Fratte a Monte Vetrano, lungo la valle delle Rane, attraversa la bassa fascia collinare del monte Giovi. Superato il torrente Fuorni, passa sotto la località Peschiera e Monte Vetrano e si dirige verso la località Cupa Siglia, detta nei documenti medioevali Silia. Questa via Salerno-Pontecagnano-Eboli nei documenti medioevali è detta Via Strata.

Il tracciato viario attraversa ancora oggi le antiche cave di argilla, che furono utilizzate nel VI sec. a. C. dai coroplasti etruschi. In località Rufoli, queste cave di argilla sono sfruttate ancora oggi da un’industria ceramica artigianale.

In epoca romana anche nella vicina località Staglio doveva esserci una taverna, una stalla (stabulum), da cui è derivato forse il toponimo. La strada antica, passando sotto il castello di Monte Vetrano, attraversava la contrada detta Cupa Siglia (=accampamento di Silla) e superava i due corsi d’acqua Fuorni e Picentino. Sul torrente Fuorni vi sono ancora i resti del ponte romano. Nel 1160, il ponte costruito sul fiume Picentino era chiamato ponte Stratu.

Monte Vetrano (quota 282) e Siglia sono due toponimi abbastanza eloquenti. Mons Veteranorum è da identificare con il castrum Salerni, citato da Tito Livio: il castello ha la forma quadrata, tipica dell’accampamento romano, ha una torre circolare, molto alta e decentrata (posta in un angolo), per poter tenere sotto controllo la via romana. Il castello domina tutta la piana dove sorgeva Picentia (ora Potecagnano), luogo dove furono concentrati, nel 268 a.C., i Picentini deportati dai Romani dall’agro Piceno.

È questa la fortezza di Salerno, menzionata da Strabone, poco lontana dal mare. Fu costruita, secondo il noto geografo, per tenere sotto controllo i Picentini, colpevoli di aver parteggiato per Annibale. Dall’alto di Monte Vetrano il presidio militare, collocato da Roma nel 268 a.C., poteva controllare a vista il sottostante campo di concentramento picentino. Anche Cupa Siglia è un toponimo significativo: in questa zona Silla, durante la guerra sociale, nell’88 a. C., pose il suo accampamento (castrum Sillae), quando distrusse Picentia.

La città fu messa a ferro e fuoco, la popolazione (gentes) fu dispersa nel suo vasto territorio (fundi). I nobili picentini furono decapitati e i contadini furono dispersi qua e là nei villaggi (vici, fundi). La gente picentina oggi popola due paesi omonimi: Giffoni Valle Piana e Giffoni Sei Casali.

Geffuni è nel dialetto locale il nome del paese. Il toponimo Geffuni, italianizzato in Giffoni, è derivato evidentemente da gentes fundorum. Nella zona dove si erge la fortezza di Monte Vetrano (oppidum Salerni), dalla strada principale si dirama una via diretta ad Avellino.

La Tabula di Peutinger indica questa distanza VIIII+XII=XXI (=km 30).Questo tratto di strada (P)icentiae-Abellinum, è tuttora completamente inesplorato.

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