Ricerca scientifica

 

Dalle due epigrafi si evince che gli addetti ai trasporti ringraziano le massime autorità dello Stato per aver ripristinato e reso efficienti i servizi stradali nell’Italia meridionale. Fra le strade, interessate dai provvedimenti governativi, è menzionata anche la via Appia-Annia.

Nelle due epigrafi, manifestano viva gratitudine alle autorità dello Stato la Società dei Trasporti e i giuntori-giumentari stradali della via Appia Traiana e della via Appia-Annia ( Item = Appiae-Anniae), fornite di diramazioni (cum ramulis).

Nel geografo Guidone (42-43), la via, che da Capua si dirama verso Reggio, è detta via Appia. Nelle due epigrafi il suo nome è meglio precisato: Appia-Annia. Quasi tutti gli studiosi, che si sono occupati del Lapis Pollae, preferiscono attribuire la costruzione della strada non a un pretore, ma ad un console. L’autore dell’Elogium afferma invece di essere pretore.

Evidentemente si tratta di pretore munito di potestà consolare: Et eidem praetor in Sicilia. Pretore è il costruttore della via sul cippo miliare trovato a S. Onofrio in Calabria. C’è una precisa testimonianza epigrafica anche in Spagna: due pietre miliari indicano come costruttori pretori muniti di potere consolare (praetores pro consule). Pertanto, la via, a nostro avviso, va attribuita a Tito Annio Rufo che, come attestano l’Elogium e il cippo miliare di S. Onofrio, fu pretore nel 131 a. C. e console nel 128.

Il direttore tecnico, Nicola Fierro, formula in proposito una nuova ipotesi nell’interpretazione del Lapis Pollae. Un’ipotesi, non suffragata da indizi come del resto anche le altre, che potrebbe aprire un interessante nuovo campo di ricerca. Il costruttore della via, sostiene il Fierro, nella cattura e nella restituzione ai padroni degli schiavi fuggitivi non operò in Sicilia, intesa come isola, ma in una località lucana sita sulla via romana detta probabilmente in quell’epoca Sicilia. E’ da identificare con l’area del monte Alburno, luogo idoneo al rifugio degli schiavi ribelli. Il toponimo antico sopravvive in Sicignano degli Alburni, borgo della Sicilia antica.

Secondo Dionisio di Alicarnasso, i Siculi, stanziati originariamente nel Lazio fra il fiume Liri e il Tevere, furono cacciati dai Tirreni a ondate successive verso sud fino alla Sicilia, dove fissarono la loro sede definitiva. Dunque nella fuga essi stazionarono lungo la catena appenninica, dove lasciarono tracce toponomastiche del loro passaggio. I Siculi, incalzati dai nemici, sceglievano per motivi di difesa, insediamenti altolocati. Punta Panormo (=rifugio sicuro), posta sulla vetta del monte Alburno (mt.1742), è un toponimo siculo abbastanza significativo. Panormus, l’attuale Palermo, è un toponimo di uguale significato portato in Sicilia dai Siculi. Analogo è il racconto di Tucidide: i Siculi dall’Italia peninsulare, dove abitavano, quando il tempo fu propizio passarono con zattere in Sicilia sfuggendo agli Opici. Passati in massa nell’isola, dopo aver vinto i Sicani in battaglia, li respinsero nella parte meridionale dell’isola. La zona occupata dai Siculi, invece di Sicania, si chiamò Sicilia. Il toponimo Sicilia sopravvive nelle località dove, in età arcaica (verso la metà del XIII sec. a. C.), avevano stazionato i Siculi. In Italia un quartiere di Tivoli, abitato dai veteres Sicani, secondo Solino, si sarebbe chiamato: oppidum Siciliae. Nel Peloponneso sarebbe esistita una località detta Sicilia. La Ciclade, secondo Plinio il Vecchio, era chiamata piccola Sicilia.

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