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CENNI STORICI SULLA VIA ROMANA

La romanizzazione dell’Italia meridionale avvenne soprattutto grazie a due strade di penetrazione: la via Appia e la via Regio-Capuam. La prima era uno strumento che serviva a tenere sotto controllo militare, da Roma a Brindisi, le regioni Lazio, Campania, Lucania occidentale e Puglia; la seconda assicurava a Roma, da Capua fino a Reggio Calabria, il dominio della Campania occidentale, della Lucania e del Bruzio. Queste due arterie principali consentivano a Roma il controllo militare e la penetrazione economica nell’Itala meridionale. Dopo la guerra sociale furono domate definitivamente anche le genti della Lucania. Roma, venuto meno in seguito l’interesse politico e militare, trascurò completamente la manutenzione di questa via.

Questa regione, uscita distrutta dalla guerra sociale, era dotata di scarse risorse economiche e non esercitava più molta attrattiva su Roma, che ormai dominava i commerci mediterranei. Per questo motivo, sia in età repubblicana che in età imperiale, la rete stradale nella Lucania e nel Bruzio fu trascurata. Per i viaggi e per i commerci era preferita la via del mare. Lo stato di abbandono di questa via ci è descritto da Lucilio e da Cicerone. Il primo, nella famosa satira, descrive il suo viaggio in Sicilia (Iter Siculum) tra il 119 e il 116 a.C.

Egli aveva preferito la via del mare alla via terrestre impraticabile: tutta la via- egli dice - è faticosa e fangosa. Mentre andava in esilio nel 58 a.C., anche Cicerone, in una lettera accorata scritta il 27 marzo all’amico Attico dalle Nares Lucanae (Zuppino di Sicignano, SA), fa riferimento alle condizioni della via: So che il viaggio è molesto, ma è la mia sventura tutta quanta a essere piena di fastidi.

Tratto della strada romana in località Zancuso Sicignano degli Alburn

Molto si è discusso sul nome del costruttore di questa seconda strada. E’stata attribuita a P. Popillio Lenate, console nel 132 a. C., a T. Annio Rufo, a T. Annio Lusco, a M. Aquilio Gallo e, nel 1973 da G. P. Verbrugghe, ad Appio Claudio Pulcro. Mommsen, seguito da altri studiosi, ha attribuito per primo a Popilio Lenate la costruzione della via e del Foro Popili, solo perché, quando ebbe inizio la riforma graccana (132 a.C.), era console. Lo studioso tedesco ritiene che il console abbia operato anche come pretore in Sicilia nella prima guerra servile. La sua attribuzione, fondata anche su Foro Popili, toponimo citato nella Tabula di Peuntinger, è sicuramente errata: lo studioso tedesco ha portato fuori strada anche numerosi studiosi moderni.

Gli autori, che seguono il Mommsen, ignorano completamente i due geografi del Medioevo: l’Anonimo Ravennate (IV, 34) e Guidone (43), i quali, dopo la statio Aceronia, citano concordemente Foro Populi e Forum Populi (v.pannello 1). E’ evidente che Foro Popili nella Tavola di Peutinger è un errore dovuto al copista. Il toponimo esatto invece è Forum Populi (= Foro del popolo). Dal confronto delle liste dei due geografi si può dedurre che l’antico Forum Anni, menzionato da Sallustio, era detto comunemente Forum Populi (=Foro del popolo) perché qui le popolazioni del Pagus forensis (CIL, X,407) evidentemente si radunavano in occasione di riunioni, fiere e festività solenni.

Un cippo miliare, scoperto nel 1953 da L. Pitimada in Calabria, a S. Onofrio, fra Pizzo e Vibo, ha messo in discussione l’attribuzione fatta da T. Mommsen. Il reperto reca sul vertice la seguente epigrafe:

CCLX / ANNIVS / T(ITI) F(ILIVS) / PR(AETOR)   

Pitimada, grazie a questa nuova testimonianza epigrafica, attribuisce la costruzione della via a T. Annius T.F. Rufus, che nel 128 era console con Cn. Ottavio. Degrassi accetta l’identificazione del Mommsen, identifica l’Annio del miliario nel T. Annius Rufus, console nel 128, lo considera ultimatore della via e ritiene che il Forum Anni sia opera dello stesso personaggio: egli ritiene di poter fissare la sua pretura al 131 a.C., e la contemporanea costruzione di quel Forum Anni, menzionato da Sallustio. Sostiene anche che la sua identificazione trovi conferma in due epigrafi trovate a Roma (CIL, VI, 31338a e 31370).

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