|
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Per gli amanti dell’ area vesuviana e dei ritrovamenti archeologici effettuati in questa zona, vi consiglio la visita all’ Antiquarium di Boscoreale (Na) e all’ area archeologica di Villa Regina.
L’ Antiquarium, realizzato nel 1991 e adiacente all’ area archeologica , espone nelle sue sale i reperti provenienti da tutti i siti archeologici vesuviani i quali, permettono di ricostruire e comprendere come fosse l’ ambiente e l’ economia di età romana, prima dell’ eruzione del 79 d.C.
Nelle varie vetrine dell’ Antiquarium, accompagnate da ricostruzioni ambientali della foce del Sarno, degli ambienti di pianura e dei paesaggi collinari ,oltre al bosco del Vesuvio, si possono osservare nel I Settore i reperti che documentano lo sfruttamento del mare. Tra questi è possibile ammirare varie specie della fauna marina, arnesi da pesca ( anche reti e corde), anfore contenenti il garum (nota salsa di pesce) e varie specie botaniche che crescevano sulla costa.
Nel II Settore sono visibili le testimonianze relative alle zone pianeggianti ai piedi del Vesuvio e attraversate dal fiume Sarno.Tra i reperti sono presenti vanghe, zappe e altri attrezzi per lavorare la terra e la lapide di Numerius Popidius Nicostratus, un antico perito agrario.
Nel III Settore sono esposte le testimonianze delle zone collinare sfruttate per le colture . Tra i reperti ci sono resti vegetali carbonizzati come acini di uva, olive e resti di olio oltre ad anfore e bottiglie in vetro utilizzate come contenitori per il vino, l’ olio e la frutta conservata nel miele.
Nel settore successivo , sono visibili reperti relativi allo sfruttamento delle risorse che offriva il bosco del Vesuvio: utensili come fusi, cucchiai, dadi, amuleti, ottenuti dalla lavorazione di osso e di corna di cervi, caprioli e cinghiali e una tavoletta in legno ricoperta di cera, utilizata per la scrittura. Di notevole interesse sono i reperti relativi all’ attività agricola e all’ allevamento. Sono esposti resti di uova, formaggio , biada, un’ intera forma di pane, cereali, campanelli, ecc…. Emozionanti sono i calchi in gesso di un maiale e di un cane immortalati nella loro sofferenza .
Completano la prima sala le vetrine dedicate alla medicina con boccette di vetro e strumenti chirurgici; la vetrina dedicata ai profumi e alla cosmesi con balsamarii , un pettine, pinzette e scatoline; la vetrina dedicata alle specie tessili e tintorie con i resti di campioni di tessuto e fibre vegetali.
Nella II sala sono esposti i principali reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Boscoreale dove, in età romana, esistevano molte ville rustiche e ville signorili. Nelle vetrine sono esposti reperti in bronzo e materiale fittile oltre, ad alcuni affreschi e al plastico della Villa della Pianella nella quale è stato trovato il famoso tesoro di Boscoreale oggi conservato al Museo del Louvre.
L’ antiquarium dispone anche di una sala per mostre temporanee che attualmente ospita la mostra sui calchi delle vittime dell’ eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Nella sala è possibile ammirare i calchi in gesso e in resina di varie vittime e numerosi pannelli esplicativi sulla storia e sulla tecnica dei calchi, inventata da Giuseppe Fiorelli.

Veduta dall' alto di Villa Regina
In merito all’ area archeologica, situata a pochi metri dall’ Antiquarium, essa rappresenta un ottimo esempio di conservazione archeologica. Scoperta nel 1977, è stata riportata completamente in luce e resa fruibile al pubblico grazie ad interventi di restauro che hanno garantito la sua corretta conservazione, attraverso la ricostruzione delle coperture.

Veduta dall' alto di Villa Regina
La villa, di piccole dimensioni, era utilizzata per la produzione del vino e si sviluppava intorno ad un portico sul quale affacciano vari ambienti, come la cella vinaria con 18 dolia per la conservazione del mosto, il torcularium (la stanza per il torchio), il torchio, alcuni ambienti abitativi e alloggi, la cucina e il deposito per il fieno.
Villa Regina. Cella vinaria con 18 dolia.

Villa regina. Portico.
Nell’ area che circonda la casa è stato possibile effettuare i calchi delle colture presenti in questa antica fattoria. Interi tronchi di alberi sono stati ricostruiti grazie ai calchi in gesso e grazie al ritrovamento delle radici della vite è stato possibile ricostruire un vigneto che attualmente si estende ai lati dell’ abitazione.
Villa Regina. Vigneto.
Altre immagini della viila sono inserite nella sezione "Fotografie"
In occasione della XII Settimana della Cultura , Venerdì 16 Aprile alle ore 17:00, è stata inaugurata l’ Aula superiore del Complesso Monumentale di San Pietro a Corte. L’ aula, che rappresenta l’ unico settore visibile dell’ antico palazzo longobardo di Arechi II , era la cappella privata del Principe, dedicata ai Santi Pietro e Paolo.
Dopo alcuni anni di restauro, oggi la Cappella palatina è finalmente visitabile e attraverso i volontari del Gruppo Archeologico Salernitano è possibile effettuare una visita guidata all’ intero complesso (ipogeo e aula superiore) fino al giorno 25 Aprile.
Gli orari di apertura sono i seguenti:
dal 17 al 25 Aprile -mattina 10:00 – 13:00
- pomeriggio 17:00 – 20:00
Vi aspettiamo numerosi per farvi conoscere questo nuovo tassello della storia della città di Salerno.


Il seguente articolo è inserito nella rivista del Gruppo Archeologico Salernitano
"SALTERNUM" ANNO XIII - nn. 22-23
La presentazione della rivista si terrà il giorno Mercoledì 3 Febbraio, ore 18:30 , presso l' Aula Magna dell' Istituto Scolastico Giacinto Vicinanza , Corso Vittorio Emanuele ,135, Salerno.
Tutti coloro che sono interessati sono invitati a partecipare.
Il complesso monumentale di San Pietro si colloca nel centro storico della città di Salerno. La sua storia, molto articolata dal punto di vista architettonico, ha inizio nel I-II sec. d.C. con la costruzione di un complesso termale. Il frigidarium di queste terme costituisce la parte più antica del complesso di S. Pietro a Corte e di conseguenza, pone un termine certo per l’ identificazione del primo periodo di frequentazione della struttura.
Nel V sec. d.C. , in seguito ad un precedente abbandono delle terme , il frigidarium continuò ad essere frequentato, non più come ambiente termale, ma con funzioni totalmente differenti. Infatti esso diventò un luogo religioso che con opportune modifiche fu utilizzato come Ecclesia paleocristiana e Coemeterium. La chiesa e il cimitero destinato ad “ospitare” i corpi delle personalità e delle famiglie più importanti di Salerno, vennero frequentati e utilizzati fino alla prima metà dell’ VIII sec. d.C.
Nell’ VIII sec. d.C. , Arechi II, Principe dei longobardi, scelse la città di Salerno per la costruzione di un suo secondo palazzo il quale, doveva includere al suo interno una cappella privata.
Come luogo di costruzione per la sua cappella , Arechi II individuò l’ ecclesia e il cimitero paleocristiano e dopo aver apportato alcune modifiche architettoniche ( abbattimento delle volte romane e costruzione di pilastri e murature di sostegno) innalzò su di essi la cappella dedicandola ai santi Pietro e Paolo.
Le fondamenta di questa cappella , costituite dalle strutture del frigidarium , dalla chiesa e dal cimitero , diventarono un ambiente ipogeo frequentato soltanto dalla famiglia reale.
Con la fine del regno longobardo e con l’ arrivo dei Normanni a Salerno, la struttura ipogea fu nuovamente frequentata e trasformata in oratorio. In questo periodo storico, (XII-XIII sec. d.C.) vennero realizzate una serie di pitture murali con soggetti religiosi e stile bizantineggiante.
Successivamente, la struttura fu utilizzata come sala pubblica in cui venivano conferite le lauree della Scuola Medica Salernitana finché alla fine del 1500 si verificò l’ abbandono dell’ intero complesso.
Le decorazioni parietali dell’ oratorio furono realizzate con la tecnica dell’ affresco.
In seguito agli scavi archeologici effettuati negli anni ’80 del XX sec. , gli affreschi furono sottoposti ad una serie di restauri finalizzati a preservare la loro integrità strutturale e decorativa.
Attualmente il loro stato di conservazione suscita non poche preoccupazioni poiché, sono ben evidenti svariate forme di degrado che nel corso degli anni hanno agito sugli affreschi creando danni consistenti allo strato pittorico e all’ intonaco sottostante.
I materiali che costituiscono l’ affresco, ma anche tutti quelli che costituiscono ogni altro bene culturale, sono soggetti a questi fenomeni di alterazione e degrado per l’ interazione che si verifica tra essi e l’ ambiente in cui sono situati.
L’ alterazione , è un fenomeno che modifica il materiale senza provocare un peggioramento delle sue proprietà. Essa influisce non sulla consistenza dell’ opera ma sul suo aspetto alterandone il colore o comunque la superficie esterna .
Il degrado invece modifica le proprietà del materiale provocando quindi una perdita di parte dell’ opera. Esso agisce sul bene con fenomeni di consumo e distruzione , attraverso trasformazioni di natura chimica , fisica e biologica .
Sul pilastro arechiano situato nella zona dell’ ecclesia (ambiente D), c’ è l’affresco “ Madonna regina in trono con Bambino e Santa Caterina d’ Alessandria” (Fig.1) realizzato nel XII sec. d.C.

Fig. 1- Madonna regina in trono con bambino e Santa Caterina d’ Alessandria.
L’ intera immagine è circondata da una cornice rossa che risulta mancante in molti punti. Inoltre si può notare una notevole lacuna nella zona destra dell’ immagine che occulta una parte del corpo del Bambino.
Lo stato di conservazione dell’ affresco è mediocre. Le forme di degrado che hanno agito e continuano ad agire su di esso sono in gran parte leggibili sullo strato pittorico, ma si estendono anche all’ intonaco sottostante. Infatti si sta verificando una graduale disgregazione della muratura che in alcune zone, ha provocato la perdita dei colori originali e l’ esposizione in primo piano dello strato di intonaco sottostante.
La disgregazione è la separazione spontanea di grani di materiale senza che si eserciti alcuna azione meccanica su di essi. La sua manifestazione può verificarsi in seguito al passaggio dell’ acqua , che può circolare in una parete attraverso vari fenomeni come la capillarità o l’ infiltrazione. Il suo passaggio può provocare lo scioglimento dei sali che incontra lungo il suo cammino depositandoli altrove. I danni dovuti alla presenza di sali si verificano in seguito all’ evaporazione dell’ acqua , quando essi cristallizzano e quindi aumentano di volume . Si verifica a questo punto una prova di forza tra i cristalli in espansione e le pareti dei pori del materiale in questione; infatti uno dei due dovrà cedere a seconda della loro resistenza . Se l’ intonaco è più resistente , il cristallo verrà espulso sotto forma di efflorescenza , se invece è più forte il sale , le pareti dei pori si romperanno causando la disgregazione dell’ intonaco .

Fig. 2 – Particolare dell’ affresco con evidente disgregazione dello strato pittorico.

Fig. 3 – Particolare dell’ affresco.
Nella fig. 2 è possibile osservare la disgregazione della superficie pittorica che ha provocato l’ esposizione dello strato di intonaco sottostante.
Nella fig. 3 si può osservare nel particolare dell’ ampollina, ciò che resta del colore originale e il risultato cromatico verificatosi in seguito all’ azione della forma di degrado.
Nell’ affresco inoltre è possibile osservare la formazione in alcuni punti di una leggera patina biancastra o patina carbonatica. Negli intonaci a base di calcio , l’ azione combinata dell’ acqua e dell’ anidride carbonica sul calcio può provocare alterazioni chimiche. Quando l’ intonaco di un affresco inizia a far presa , l’ acqua evapora progressivamente trasformando la malta in un composto sempre più compatto . Contemporaneamente in superficie inizia a formarsi una crosta di carbonato di calcio che può rallentare la penetrazione dell’ anidride carbonica nella profondità dell’ intonaco . Di conseguenza , in superficie risulterà uno strato molto duro perché completamente carbonatato , mentre sotto , lo strato sarà più debole, perchè l’ acqua è evaporata prima che tutto l’ idrato di calcio sia entrato in contatto con l’ anidride carbonica e quindi in profondità resterà uno strato di idrato di calcio .A questo punto , se l’ intonaco viene bagnato dalla pioggia o se si trova in ambienti altamente umidi , l’ idrato di calcio può reagire di nuovo con l’ anidride carbonica dell’ aria e quando l’ acqua evapora , può venire in superficie , dove carbonatandosi , continua ad indurire l’ intonaco .
Quando tutto l’ idrato di calcio avrà reagito , l’ umidità non potendo più reagire con esso , provocherà un processo di disgregazione poiché l’ anidride carbonica inizierà ad esercitare la sua azione acida sul carbonato di calcio , trasformandolo in bicarbonato solubile che , quando l’ acqua sarà evaporata , si ridepositerà altrove, sottoforma di un velo bianco di carbonato di calcio .
Alla destra dell’ affresco sopra citato, c’ è una parete anch’ essa di costruzione arechiana sulla quale sono stati realizzati tra la fine del XII sec. e l’ inizio del XIII sec. d.C. una serie di affreschi ovvero, una “Madonna eleusa o della tenerezza”(Fig.4)e una“Teoria di Santi”.
Partendo con l’ analisi dello stato di conservazione della “Madonna della tenerezza” , la situazione risulta molto grave.
Fig. 4- Madonna elusa o della tenerezza
E’ visibile una netta differenza tra la parte alta dell’ affresco che risulta leggibile e in uno stato di conservazione migliore e la parte inferiore notevolmente rovinata. In questa zona manca almeno il 40% della superficie pittorica.
Anche su questo affresco la forma di degrado più evidente consiste nella disgregazione, che in questo caso oltre allo strato pittorico ha interessato anche lo strato di intonaco immediatamente al di sotto.(Fig. 5)

Fig. 5- Particolare dell’ affresco in cui è visibile la disgregazione dello strato pittorico e dello
strato di intonaco sottostante.
È probabile che su di esso abbia agito una percentuale di umidità notevolmente maggiore che sull’ affresco precedente.La realizzazione dell’ affresco in una struttura ipogea, il cui piano di calpestio si trova attualmente a circa 5 m. dall’ attuale piano stradale ha reso possibile la risalita dell’ umidità dal sottosuolo. Questo fenomeno spiega perché la maggioranza delle forme di degrado si sia sviluppata nella parte inferiore dell’ affresco che si trova molto più vicina al piano di calpestio.(Fig. 6).

Fig. 6- Particolare dell’ affresco individuabile nella metà superiore dell’ opera. E’ evidente la
minore gravità della forma di degrado.
Nella zona sinistra dell’ affresco, ancora una volta nella parte inferiore è possibile osservare in uno stesso punto le varie fasi di avanzamento di altre forme di degrado quali rigonfiamento, distacco e caduta dello strato pittorico (Fig.7).

Fig. 7- Particolare con sollevamento e caduta dello strato pittorico
Anche in questo caso la principale causa dello sviluppo di queste forme di degrado è l’ umidità e ancora una volta la parte di affresco interessata è lo strato pittorico.
La superficie esterna di un affresco , quella che riceve lo strato pittorico , si trova sempre in condizione di instabilità maggiore rispetto alla superficie sottostante . Ciò si verifica perché essa costituisce il piano di separazione tra la struttura murale sottostante e l’ ambiente , e quindi , la manifestazione su di essa di fenomeni come l’ evaporazione , la condensazione e il semplice passaggio dell’ acqua , possono creare forme di degrado che generano la disgregazione della materia.

Fig. 8- Particolare con rigonfiamento, distacco e caduta dello strato pittorico
Alla destra della Madonna si possono osservare 2 santi (Fig. 8). Il primo risulta essere S. Giacomo, il secondo invece non offre le caratteristiche necessarie per una chiara identificazione.
Nel verificare il loro stato di conservazione si possono riscontrare le medesime forme di degrado che hanno interessato l’ affresco precedente con soltanto qualche minima differenza.

Fig. 9- Santi.
La parte inferiore dell’ affresco continua ad essere quella maggiormente colpita dal degrado ma anche la parte superiore risulta danneggiata. Soltanto per S. Giacomo la situazione è migliore e il suo volto risulta perfettamente leggibile ma procedendo verso il basso, si può osservare che le mani sono interessate da rigonfiamento, distacco e una minima caduta della pellicola pittorica(Fig 9).

Fig. 10- Particolare della mano di S. Giacomo con evidente distacco e caduta dello strato pittorico.
Ancora più in basso aumentano le aree interessate dal degrado. L’ umidità che risale dal sottosuolo ha generato la comparsa di patine carbonatiche (Fig. 11), ancora una volta cadute dello strato pittorico(Fig. 12), efflorescenze(Fig.13) e concrezioni , dovute al deposito di sali da parte di acque circolanti sul materiale .
Fig. 11- Particolare con patine

Fig. 12- Particolare con distacchi di tipo carbonatico

Fig. 13- Particolare con efflorescenze
La situazione dell’ altro santo è ancora più grave. Oltre alla presenza di lacune, il suo volto risulta sbiadito a causa di patine e concrezioni. La stessa situazione conservativa si può osservare sul resto del corpo oltre,ad una serie di lacune nella parte superiore dell’ affresco.
Alla destra dei due Santi si possono osservare gli ultimi due personaggi affrescati. Si tratta di due Santi Vescovi (Fig.14).

Fig. 14- Santi Vescovi
Anche per questi due personaggi, l’ umidità proveniente dal sottosuolo e quella presente nell’ ambiente sono le cause principali della manifestazione delle forme di degrado.
Sull’ intera superficie dell’ affresco insiste una patina biancastra (Fig. 15) di diverso spessore la cui intensità è maggiore nel vescovo di sinistra. Risulta compromessa l’ esatta lettura dei volti per la caduta dello strato pittorico.
Nella parte inferiore dell’ affresco si ripresenta la situazione riscontrata negli affreschi precedenti. La zona è maggiormente degradata per la risalita dell’ umidità che ancora una volta ha generato patine, concrezioni e cadute dello strato pittorico (Fig. 16).
Fig. 15- Particolare con patine

Fig. 16-Particolare con caduta dello strato pittorico.
Frontalmente al pilastro arechiano si innalza un setto murario anch’ esso di fattura arechiana che divide la sala termale in due parti. La parete, un tempo interamente decorata con affreschi, conserva oggi soltanto un soggetto iconografico nell’ area sinistra e alcuni frammenti in alto a destra. La situazione conservativa di questo affresco che ritrae “San Nicola e il cavallo” è particolarmente grave.

Fig. 17- San Nicola e il cavallo
Diverse tipologie di forme di degrado si alternano e/o si sovrappongono sull’ intera superficie pittorica, protraendosi allo strato di intonaco sottostante.
Ancora una volta, è l’ umidità presente in alte percentuali nella struttura, che regola l’ azione e lo sviluppo di tutti i processi di degrado che mettono a rischio la conservazione di questo affresco.
La grande azione devastatrice dell’ acqua si può osservare gradualmente in questo affresco se si analizzano diverse aree dello stesso in cui le forme di degrado sono avanzate con tempi differenti. La risalita dei sali in superficie si colloca tra le prime manifestazioni evidenti del passaggio dell’ acqua all’ interno della struttura muraria.
Fig. 18- Particolare con risalita dei sali in superficie
Fig. 19- Particolare con risalita dei sali in superficie
La fase successiva prevede il rigonfiamento della pellicola pittorica, il suo distacco e infine la caduta. Contemporaneamente si possono osservare sulla superficie altre efflorescenze saline che continuano la loro azione disgregativa anche all’ interno dell’ intonaco.
Fig. 20- Particolare con rigonfiamento, distacco e caduta della della pellicola pittorica.

Fig. 21- Particolare con rigonfiamento, distacco e cadutadella pellicola pittorica.
Le ultime fasi di questa tipologia di degrado mostrano la disgregazione dello strato pittorico e dell’ intonaco immediatamente al di sotto. In questo affresco inoltre si può osservare una particolare forma di degrado che ha provocato la formazione di piccoli buchi che si estendono dallo strato pittorico a quello di intonaco.

Fig. 22-23 – Particolari con formazione di buchi nello strato pittorico e in quello di intonaco.
Procedendo con un ulteriore analisi della superficie pittorica, si possono notare altre manifestazioni di degrado tra cui una frattura verticale nella zona in basso a destra dell’ affresco e ancora altre zone in cui manca lo strato pittorico. Attualmente in quest’ area non è presente nessuna forma di umidità ma la disgregazione che si sta verificando è probabilmente il risultato del passaggio dell’ acqua in tempi passati.
Fig. 24- Particolare con caduta dello strato pittorico

Fig. 25- Frattura dell’ affresco.
Dallo studio effettuato su tutte le pitture, in considerazione dell’ ambiente in cui esse sono situate e in base alle forme di degrado riscontrate , risulta evidente che la causa principale dell’ alterazione e del degrado sia l’ acqua. Sia che essa abbia agito in forma liquida o di vapore, la sua azione è stata costantemente attiva nel corso degli anni da lasciare danni ingenti su buona parte delle pitture.
Nella struttura di San Pietro a Corte l’ umidità si è diffusa in vari modi.
L’ umidità di condensazione che evaporando , tende a saturare l’ aria nell’ ambiente e quindi a provocare condensazioni sulle altre pareti giustifica la formazione dei veli bianchi di carbonato di calcio e delle efflorescenze sugli affreschi.
L’ umidità di capillarità che circola nei pori dei materiali che compongono le murature giustifica la formazione di efflorescenze e causa l’ erosione e la distruzione delle malte e degli intonaci per solubilizzazione e ricristallizazione dei sali nelle zone di evaporazione.
Infine l’ umidità proveniente dal sottosuolo, dovuta alla struttura ipogea, spiega il motivo della maggiore diffusione delle forme di degrado nelle zone inferiori degli affreschi.
A queste forme di degrado sviluppatesi per cause fisiche, bisogna aggiungere alcune forme di degrado generate da cause biologiche. La probabile presenza di funghi o batteri ha generato la nascita di chiazze nere sulla superficie muraria dell’ abside dell’ ecclesia paleocristiana.

Fig. 26- Abside. Le macchie scure sul muro sono dovute ad un attacco biologic
Complessivamente la condizione conservativa dell’ apparato decorativo di San Pietro a Corte richiede un immediato intervento di restauro.
Le principali fasi del lavoro di conservazione e restauro dovrebbero basarsi sul consolidamento delle parti di strato pittorico che risultano in fase di distacco e sull’ eliminazione delle efflorescenze e delle patine carbonatiche. Queste operazioni hanno il compito di bloccare almeno temporaneamente il lento ma arduo processo di distruzione che sta agendo sugli affreschi. Per rendere duraturo tale intervento bisognerebbe creare le condizioni idonee per ristabilire l’ equilibrio tra le opere, la struttura e l’ ambiente in cui esso di trova. Ciò potrebbe essere concretizzato con la creazione di un idoneo microclima che mantenga costantemente la temperatura ideale per la migliore conservazione degli affreschi.
In questo modo potrebbe essere eliminata l’ umidità di condensazione. Molto difficile se non impossibile invece è riuscire ad eliminare l’ umidità proveniente dal sottosuolo. Nonostante questo impedimento, l’ attuazione degli interventi precedentemente descritti garantirebbe comunque una vita più lunga agli affreschi e all’ intera struttura e con la l’ attuazione di un intervento di restauro pittorico si potrebbe ammirare nuovamente lo splendore originario delle pitture.
Garantire una continuità storica e artistica a questo complesso che testimonia attraverso la sua storia e la sua stratigrafia la crescita sociale e culturale che la città di Salerno ha avuto nei secoli è un dovere che le autorità competenti devono assolvere per salvaguardare il patrimonio artistico di una città che un tempo fu la sede del palazzo ducale del principe dei longobardi Arechi II.
UN PROMETTENTE PROGETTO DI SCAVO E CONSERVAZIONE.
Negli anni ’30 nelle campagne di Somma Vesuviana (Na), un contadino durante i lavori agricoli effettuati nel suo campo, scoprì delle strutture murarie nel sottosuolo del suo terreno. Immediatamente ebbero inizio le ricerche archeologiche con la supervisione di Matteo Della Corte che riportarono alla luce una piccola parte delle strutture murarie di un grande complesso come colonne e capitelli di marmo, pavimenti in mosaico e stucchi policromi.
In considerazione della monumentalità dell’ edificio e della sua ubicazione si ipotizzò che la villa potesse essere la residenza in cui morì l’ imperatore Ottaviano Augusto. Nonostante il manifestato interesse degli abitanti di Somma, per la mancanza di fondi, lo scavo non poté proseguire. Dal 2002 l’ Università di Tokyo , in collaborazione con illustri archeologi italiani come Antonio De Simone, Umberto Pappalardo, Maria Giuseppina Cerulli Irelli e Pietro Giovanni Guzzo, ha intrapreso un progetto multidisciplinare di ricerca ricominciando lo scavo interrotto negli anni ’30. Dalle le campagne di scavo effettuate fino ad oggi, sono emersi i resti di un monumentale edificio romano realizzato nella prima età imperiale, scampato all’ eruzione del 79 d.C. e sopravvissuto cambiando carattere e funzione fino all’ eruzione del Vesuvio del 472 d.C.
Nell’ area di scavo indagata, attualmente è possibile osservare un vano con un colonnato centrale e due pareti simmetriche decorate con nicchie. In una di queste nicchie fu rinvenuta una statua in marmo di peplofora, mentre alla base del colonnato furono trovati i frammenti di un’ altra statua identificabile con Dioniso con cucciolo di pantera in braccio.

Nella parte meridionale il vano si compone in un’ esedra con tre accessi verso un’ area lastricata. Il muro centrale presenta una splendida decorazione in stucco che conserva ancora tracce di pittura. Ad ovest di questo ambiente c’ è un vano absidato . A nord del vano centrale due scale conducono ad una terrazza inferiore. Tra le due scale sono state rinvenute 3 cisterne/silos di forma quadrata al cui interno sono stati ritrovati alcuni reperti di pregio e a nord di queste si è scoperta la cella vinaria con alcuni dolia inseriti nel pavimento. Ad ovest si trovano due ambienti absidati che conservano entrambi delle splendide decorazioni pittoriche. Nell’ ambiente più grande la decorazione consiste in un fregio di Nereidi e Tritoni; nell’ ambiente più piccolo l’ abside è affrescata con una decorazione a padiglione, le pareti con affreschi in I stile e il pavimento con un mosaico. Gli elementi archeologici acquisiti nel corso degli scavi sembrano smentire l’ ipotesi dell’ identificazione del sito con la villa di Augusto. In ogni caso le strutture finora messe in luce sono riconducibili ad un complesso di notevole estensione e prestigio . La campagna di scavo effettuata nel 2009 è stata finalizzata alla conservazione delle pitture presenti negli ambienti scavati nel 2005 Anche alla fine delle precedenti campagne di scavo sono state apportate le necessarie precauzioni per la conservazione delle strutture e delle decorazioni più delicate. Le pratiche conservative applicate sullo scavo sono la garanzia per una più lunga sopravvivenza del complesso e delle sue splendide decorazioni. Adesso si attende con ansia la prossima campagna di scavo! E’ possibile visitare sito grazie ad una apertura straordinaria nei giorni di: Sabato 3 Ottobre , ore 16:00 – 18:00 Domenica 4 Ottobre, ore 09:00 – 13:00 e 16:00 – 18:00 Il sito si trova nel Comune di Somma Vesuviana (Na) in Località Starza della Regina.
N.B. ULTERIORI IMMAGINI SUL SITO ARCHEOLOGICO SONO VISIBILI NELLA SEZIONE "LE FOTOGRAFIE PIù CLICCATE"
Durante uno scavo archeologico è possibile riportare alla luce materiali e strutture di vario genere. Per evitare o ridurre la perdita di elementi e informazioni fondamentali bisogna applicare già in situ alcune fondamentali pratiche conservative poiché sin dai primi istanti successivi alla messa in luce, qualunque reperto può subire un processo di alterazione e deterioramento, la cui rapidità varia a seconda del materiale.
Le varie pratiche conservative che devono essere applicate durante le fasi di scavo su reperti e strutture rinvenute sono le seguenti:
- Pulitura dei reperti e delle superfici in seguito alla messa in luce;
- Riconoscimento dei materiali e valutazione del loro stato di conservazione;
- Applicazione di coperture e protezioni per diminuire e/o evitare l’ esposizione delle strutture e dei reperti agli agenti atmosferici;
- Eventuali prevenzioni per evitare attacchi biologici;
- Consolidamento delle strutture;
- Stacco di strutture fisse e prelievo dei reperti mobili;
- Prima pulitura dei reperti mobili (“lavaggio”);
- Imballaggio, registrazione ed etichettatura per il trasporto.
Se il progetto di scavo prevede la fruibilità dell’ area archeologica, si procederà con la sua musealizzazione. In questo caso la durata dei lavori potrebbe essere molto lunga ed è inevitabile che l’ intera struttura ne risenta e che su di essa si manifestino le più svariate forme di alterazione e degrado . Ad esempio i materiali lapidei, per le loro caratteristiche chimiche e fisiche , permettono lo sviluppo di forme di degrado molto serie e laddove nel sito siano presenti degli affreschi la situazione potrebbe essere molto grave. Oggi, la scelta più frequente è quella di lasciare l’ affresco nel loro ambiente originario per consentire l’ esatta lettura degli apparati decorativi e per garantire l’ unità strutturale del monumento ma quando le condizioni ambientali del sito non garantiscono la sua sopravvivenza, diventa necessaria la sua asportazione dalla parete.
Le varie cause che possono influire sulla conservazione delle strutture murarie e degli affreschi generando forme di alterazione e degrado sono molteplici e si dividono in:
- Cause Fisiche : umidità,esposizione agli agenti atmosferici come pioggia, luce e vento, polvere, vibrazioni e fuoco;
- Cause Biologiche: piante infestanti e radici, escrementi di colombo, licheni, alghe, muschi, funghi e batteri;
- Cause Chimiche: inquinamento atmosferico;
- Cause Antropiche: danni causati dall’ uomo in seguito a cattivi restauri;
- Cause legate alla metodologia di costruzione dell’ opera.
Dopo aver individuato le varie forme di degrado che hanno colpito l’ affresco è importante applicare alcune metodologie diagnostiche che hanno il compito di raccogliere dati e informazioni sul modo in cui i fattori di degrado hanno agito su di esso. Di fondamentale importanza è anche la diagnostica ambientale che ha lo scopo di raccogliere dati e informazioni sull’ ambiente in cui è collocata l’ opera. La raccolta di tutte queste informazioni permette al conservatore e al restauratore di definire le condizioni migliori per la conservazione dell’ opera dopo il restauro.
Il primo intervento di conservazione e restauro consiste nella Pulitura. Consiste nel rimuovere dalla superficie tutto ciò che è estraneo alla natura e alla realtà dell’ opera. E’ fondamentale scegliere il metodo più adatto al tipo di superficie e al tipo di materiale da eliminare. Si può procedere quindi con la pulitura a secco da effettuare con spazzole e pennelli; con la pulitura a tampone, da effettuare con un batuffolo di cotone imbevuto in una soluzione adatta; con la pulitura ad impacco, da effettuare con acqua distillata o con uno specifico solvente applicato su carta giapponese . La fase di pulitura , prevede anche l’ eliminazione delle fonti di deterioramento di tipo biologico per cui, in questo caso, possono essere utilizzati particolari fitofarmaci. Inoltre è prevista anche l’ eliminazione delle efflorescenze saline con l’ utilizzo di differenti prodotti in base alla natura dei sali da eliminare. Il secondo intervento consiste nel Consolidamento. Il consolidamento viene effettuato per ricreare l’ adesione tra i vari strati pittorici che compongono l’ affresco i quali, per molteplici cause hanno subito dei distacchi. Le situazioni di degrado che si possono manifestare, potrebbero interessare soltanto lo strato superficiale dell’ affresco o anche gli strati interni. Si potrebbero verificare sollevamenti, distacchi e cadute dello strato pittorico; sollevamenti dello strato di intonaco con la creazione di sacche d’ aria tra i vari strati e nei casi più gravi, il distacco e la caduta di questi. Gli interventi di restauro saranno differenti a seconda del danno che si è verificato . In caso di sollevamento dello strato pittorico il consolidamento deve essere eseguito con sostanze adesive applicate con impacchi, spruzzi o pennelli e con l’ eventuale utilizzo di carta giapponese. Uno dei materiali più utilizzati è l’ idrossido di bario al quale seguono la caseina e alcune resine naturali o sintetiche come il Palaroid. Nel caso in cui il danno riguardi anche l’ intonaco sottostante , la riadesione oggi viene effettuata utilizzando resine in emulsione caricate con carbonato di calcio , oppure con l’ utilizzo dell’ idrossido di bario. Quando si verifica il distacco dell’ intonaco dall’ arriccio e di questo dal muro , l’ intervento sarà finalizzato al riempimento delle sacche che si sono create tra i vari strati per garantire una riadesione degli stessi.
Il materiale adesivo viene applicato in fase liquida o sol, attraverso delle iniezioni che vengono fatte praticando dei fori nella muratura. Il prodotto depositato si trasforma poi in un solido prodotto adesivo. I prodotti più utilizzati per queste operazioni sono il gesso da presa e prodotti organici di sintesi come polimeri addizionati a carbonato di calcio.
Al termine di queste operazioni, si procede con il Restauro pittorico dell’ affresco il cui obiettivo, è quello di ricostruire la lettura d’ insieme dell’ opera, che alterandosi nel tempo, ha subito la perdita di alcune zone dello strato pittorico.
I prodotti utilizzati devono essere reversibili, per cui vengono usati acquerelli o pigmenti minerali legati con caseinato d’ ammonio al 4%.
Le tecniche dell’ integrazione pittorica possono variare a seconda dei tipi di lacuna. Esse sono:
- Metodo della selezione cromatica. Questa tecnica viene applicata quando la lacuna è molto piccola e quando sono presenti elementi superstiti che sono sufficienti per consentire il completamento del disegno pittorico. Consiste in una stesura di colori diversi e sovrapposti, scelti tra i colori primari che compongono la cromia che si vuole ricostruire .La tecnica utilizzata è quella del tratteggio a “rigatino”, cioè un tratteggio verticale molto fine.
- Metodo dell’ astrazione cromatica. Questa tecnica viene utilizzata quando la lacuna è molto grande e intorno ad essa non ci sono elementi pittorici sufficienti per il completamento dell’immagine. L’ integrazione viene fatta utilizzando i colori predominanti nel dipinto. La stesura dei colori è realizzata con il tratteggio a “rigatino”.
- Trattamento in sottotono. Questo tipo di trattamento può essere applicato su piccole lacune prive di stuccatura e consiste in un’ integrazione realizzata con leggere velature di colore , con abbassamento del tono cromatico rispetto alle tinte originali del dipinto.
La conservazione e il restauro degli affreschi rappresentano soltanto una minima parte dei lavori che vengono eseguiti in un monumento. Qualsiasi altra struttura presente , come pareti, soffitti, pavimenti e decorazioni come stucchi e mosaici, è sottoposta alle più appropriate procedure tecniche di conservazione e restauro.
Ma di questo parleremo nei prossimi articoli.
|
|
Ci sono 5 persone collegate
|
<
|
settembre 2010
|
>
|
L |
M |
M |
G |
V |
S |
D |
| | | 1 |
2 |
3 |
4 |
5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
10 |
11 |
12 |
13 |
14 |
15 |
16 |
17 |
18 |
19 |
20 |
21 |
22 |
23 |
24 |
25 |
26 |
27 |
28 |
29 |
30 |
|
|
|
| |
|
|
|
|
|
|
Listening Musica...
Reading Libri...
Watching Film...
10/09/2010 @ 11.57.40
script eseguito in 156 ms
|