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 Salerno... di Antonio Brindisi
 
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Salerno, rima d'inverno,

o dolcissimo inverno.

Salerno, rima d'eterno.




(da Salerno, rima d'inverno di Alfonso Gatto)

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Di Antonio Brindisi (del 06/01/2009 @ 20:25:59, in Miti ed Eroi, linkato 1390 volte)
II mondo greco ha avuto sempre una profonda ammirazione per l'opera di Omero non solo riconoscendone il grande valore poetico, ma anche ravvisandovi, a torto o a ragione, la narrazione di vicende realmente accadute e facenti parte della storia del popolo ellenico. Ma non solo, si deve anche notare che, nell’educazione di un giovane, una parte rilevante era rappresentata dallo studio e dalla memorizzazione di molti passi di poesia omerica proprio perché si riteneva trattarsi di un apprendimento fondamentale e formativo: " I filosofi Platone e Aristotele non mancarono di disseminare citazioni omeriche nelle loro lezioni e trattati, perpetuando [...] l'immagine di un Omero sorgente capitale di saggezza,..." (1) Una storia, dicevamo, fantastica fin che si voglia, ma non del tutto lontana dalla realtà, chiaramente non per quanto riguarda le vicissitudini dei singoli personaggi i quali potrebbero essere puramente immaginari, ma per ciò che più in generale appartiene alle vicende dei popoli. In fondo Heinrich Schliemann aveva creduto ai poemi omerici e la sua fede era stata premiata.

La poesia omerica ebbe anche, sia pure indirettamente, alcuni risvolti politici. A Sicione, ove all'inizio del VI secolo il potere era già da circa un cinquantennio saldamente detenuto dagli Ortagoridi - il personaggio più rilevante di quella dinastia fu Clistene - in odio alla città vicina e rivale Argo, fu, tra l'altro, proibito agli aedi di cantare i poemi omerici perché ivi ricorre costantemente l'esaltazione degli eroi argivi. Tanto poteva essere grande la suggestione esercitata da quelle opere nella mente dei Greci.

Sarà anche bene ricordare che il mito rappresenta una forma di storia sui generis, gli argomenti dei miti saltano e rimbalzano da un narratore all'altro, da un mitografo ad un poeta e viceversa ma restano sostanzialmente sempre gli stessi, si tramandano senza differenze apprezzabili a dimostrazione di uno scrupolo profondamente avvertito di non alterare la memoria ereditata per trasmetterla integra ai posteri. Le aggiunte, le trasformazioni avverranno molto più tardi quando sarà venuto a mancare, o quanto meno si sarà attenuato quel rigore quasi religioso che presiedeva alla trasmissione del ricordo dei fatti remoti. Se è vero che il più bel romanzo che si possa immaginare, perennemente in corso di composizione, è la Storia allora dobbiamo pensare ai miti come ai primi capitoli dell'opera.

L'assenza di una tradizione scritta non è un ostacolo di tal fatta da impedire che possano essere tramandati i ricordi degli eventi accaduti in tempi lontani. I testi di epoca micenea in "lineare B" giunti fino a noi non hanno alcunchédi letterario, sono solo elenchi inventariali per l'amministrazione del "palazzo", importanti per la conoscenza del modo di vivere e di organizzazione della società dell'epoca, ma di scarsa utilità nella ricostruzione degli avvenimenti. Quella che invece non deve essere sottovalutata è la tradizione orale che noi moderni, adusi alla scrittura, siamo piuttosto inclini a minimizzare (2). Dovremmo invece cercare di approfondire maggiormente l'indagine su questi antichi racconti per coglierne pienamente i significati non sempre evidenti liberandoli altresì da superfetazioni spurie molto spesso fuorvianti.

Le figure che sono legate al mondo eroico così efficacemente descritto in quelle opere grandiose hanno tuttora una notevole presa nella mente del pubblico anche di quello di cultura non particolarmente elevata. Achille, Ettore, Aiace, Ulisse (Odisseo) sono nomi ricorrenti frequentemente nell'onomastica attuale e certamente a nessuno sfugge che a ciascuno di quei nomi si lega, ereditata dall' "epos" omerico, una caratteristica che lo distingue: Achille è il grande guerriero invulnerabile, forte nel combattimento e forte nella corsa, Ettore il "defensor patriae", pronto al sacrificio supremo, simbolo di tutti coloro che per la patria si sono immolati, Aiace è l'uomo duro e forte per antonomasia e l'ultimo, Odisseo, quegli che è dotato di una superiore intelligenza e sagacia, maestro di mille astuzie, e navigatore instancabile. Vediamo però se l'immagine che ci è stata trasmessa di questo navigatore risponda al vero oppure sia sostanzialmente diversa.

Sebbene la leggenda che nel corso del tempo si è venuta creando attorno al personaggio faccia pensare il contrario, l'Odisseo omerico in realtà non è un marinaio nel senso vero del termine, egli, pur essendo il re di un'isola, Itaca, è piuttosto l'antitesi dell'uomo di mare, non è il navigatore attratto dall'ignoto, dall'avventura, dal desiderio di conoscere altre terre e altri popoli, anzi, se potesse fuggirebbe tutto questo. Naviga, suo malgrado, animato da un solo scopo: sopravvivere e tornare a casa, al suo "oikos". E’ decisamente l'opposto dell' Ulisse dantesco:

"Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza ". (Inf. XXVI-118/120)

Nell'eroe omerico non troviamo alcuna traccia di questa aspirazione a rendere noto l'ignoto, manca del tutto lo spirito dell'esploratore, egli subisce, non cerca l'avventura. Dopo le vicende della guerra di Troia, allorché s'imbarca, la sua meta è Itaca, magari con qualche scalo lungo la rotta per fare preda secondo un consolidato costume dell'epoca, ma lo scopo è il ritorno, il "nòstos". Egli, anche quando disponeva della sua flottiglia al completo (dodici navi dipinte di rosso, Iliade II. vv. 631/637), navigava perché era costretto a farlo, percorreva il mare non con l'animo di un Colombo o di un Magellano, ma con quello di un uomo obbligato dalle circostanze avverse a percorrere il mare, non era veramente un navigatore, era piuttosto un naufrago e del naufrago aveva la mentalità, ma anche una volontà fortissima di sopravvivere per raggiungere finalmente il focolare domestico. Beninteso non era un vile, quando era necessario affrontava i pericoli con animo saldo e determinato, solo non li andava a cercare sul mare per puro spirito d'avventura, in questo caso non avrebbe certo dimostrato di essere degno della fama di uomo intelligente e prudente per cui andava famoso. Dopo avere affrontato tanti pericoli e sopportato stoicamente tante traversie non si avverte in lui il benché minimo accenno di cedimento, sembra invece che la sua determinazione a lottare per il ritorno si faccia sempre più forte. Allorché fu lasciato libero di partire dall'isola Ogìgia, ove per sette anni era stato trattenuto dalla dea Calypso, non esitò a riprendere la navigazione da solo, su una fragile zattera, un natante chiaramente assai poco affidabile, per tornare finalmente a casa. Ma, si osservi bene, il vero eroismo dell'uomo deve essere visto soprattutto in questo: nella scelta fatta consapevolmente di rimanere uomo, semplicemente un uomo, e nella umana condizione sopportare fino alle estreme conseguenze tutto il sopportabile rifiutando l'immortalità e l'eterna giovinezza offertegli da Calypso. In questa sua scelta, fatta senza esitazioni e tentennamenti, sembra che si possa riconoscere l'orgoglio quasi ostentato di sentirsi totalmente uomo. Però anche qui più che altrove resta evidente il fatto che il suo polo di attrazione era I' "oikos", non l'avventura e la conoscenza anche se queste talvolta sembrano prendere il sopravvento quando (libro XII dell' Odissea) non vuole rinunciare ad ascoltare il canto delle Sirene oppure nel momento in cui chiede a Circe come regolarsi per affrontare, armi in pugno, Scylla, il mostro a sei teste che lo attende al passaggio dello Stretto. Non dimentica neppure di essere un guerriero a cui si addice di combattere per fare preda, vedi la razzia, finita male, nel paese dei Ciconi (Odissea, IX-vv. 39/67).

Probabilmente è dalla sovrapposizione delle due immagini di persona sagace e di uomo costretto volente o nolente a navigare che si è creata quella dell' uomo di mare.

Sarà forse il caso di indagare, ma in altra sede, quanto il mito di Odissee abbia influenzato le saghe successive come quella dell' "Olandese Volante", nata dalla fantasia popolare dell'Europa del Nord e ripresa mirabilmente da Richard Wagner, o l'altra della "Ballata del Vecchio Marinaio" del poeta inglese Samuel Coleridge. Ambedue i protagonisti erano condannati ad andare per mare contro ogni loro desiderio.

L'eroe, nella visione che ne ha avuto il mondo greco, è passato per diverse e contrastanti valutazioni. I poemi omerici ci mostrano un personaggio sagace ed accorto pronto a risolvere a proprio vantaggio le situazioni più sfavorevoli nelle quali si viene a trovare, coraggioso e perciò valente nell' affrontare i pericoli senza la minima esitazione; nel X libro dell'Iliade lo vediamo intraprendere in compagnia di Diomede una notturna "azione di pattugliamento" dietro le linee nemiche e anche in questa circostanza il poeta mette bene in evidenza il coraggio nell'azione e l'abilità posta in essere da Odisseo nel corso dell'interrogatorio a cui sottopone il prigioniero Dolone. Altrove lo troviamo che si è introdotto furtivamente e con grande rischio fin dentro la città di Troia per carpire informazioni (Odissea IV w. 241 / 256). Sua fu l'idea di costruire il famoso cavallo che avrebbe permesso la conquista della città assediata inutilmente per dieci anni.

Bisogna tuttavia tenere conto della mentalità corrente nel mondo miceneo, nel libro VII dell'Iliade (w. 138 e segg.) Nestore narra la lotta dei cittadini di Pilo contro i confinanti Arcadi e l'uccisione in un'imboscata di Areitoo da parte dell'arcade Licurgo. A giudizio di Nestore si è trattato di un atto sleale. In quel mondo l'astuzia in combattimento, l'agguato ed ogni mossa preventiva che possa mettere il nemico in posizione d'inferioritàè un atto degno di riprovazione. Questo da un punto di vista solo teorico perché anche Achille, presentato come un campione di lealtà, assume un comportamento del genere quando tende il famoso agguato a Trailo. E' un episodio che ha ispirato diverse pitture vascolari (vedi la coppa laconica al museo del Louvre). Un siffatto modo di vedere arrecherà un grande nocumento al modo in cui verrà rappresentato l'eroe itacese con il passare del tempo.

Nel complesso la figura di Odisseo nell'Iliade è presentata in modo favorevole. C'è un solo punto nel quale la sua immagine appare un poco offuscata ed è nel racconto della lotta con Aiace Telamonio che si svolge nel corso dei giochi funebri in onore di Patroclo. Qui il poeta sembra non apprezzare molto la tecnica "judoistica" messa in pratica da Odisseo per atterrare il più forzuto avversario. Come si vede la mentalità di quei tempi non era ancora matura per valutare positivamente le capacità dell'intelligenza quando essa prevaleva nel confronto sulla pura forza fisica. Questo atteggiamento sarà radicalmente capovolto non molti decenni a seguire.

Ma forse ancora a quella mentalità si lega quanto di negativo si diffonderà sulla figura dell'eroe che viene talvolta ritenuto figlio di un personaggio dalle caratteristiche quanto meno discutibili: Sisifo, colui che avendo subito un furto di bestiame da parte di Autolico, ladro famoso, s'intrufola nella casa del predatore, approfittando della confusione createsi in seguito alla scoperta del ladrocinio, e ne seduce la figlia Anticlea che genererà Odisseo. "Mater semper certa est, pater numquam", Laerte o Sisifo? Ma forse l'attribuzione della paternità a Sisifo è stata suggerita dal fatto che anche quello era dotato di un'astuzia straordinariamente viva; non era stato forse lui che era riuscito ad imprigionare Ade, il signore degli Inferi, con i suoi stessi ceppi? A quanto sembra però, Omero non era al corrente di questa pretesa ascendenza.

In ogni caso sembra che si possa dire che nel mondo miceneo l'uomo dotato di un’intelligenza superiore alla norma, sagace e astuto era visto con un misto di ammirazione e di diffidenza. La prima perché non è possibile non provare rispetto per uomini simili, l'altra perché ci si sentiva disarmati nei loro confronti avendo coscienza della propria inadeguatezza.

Nella valutazione della figura dell'eroe un argomento da tenere presente è la costante protezione che gli è accordata da Athena, dea della sapienza, della saggezza, dell'operare con sagacia e ingegno. La contiguità della figura dell'uomo scaltro, intelligente e dissimulatore per antonomasia con quella della divinità che in qualche modo presiede e governa queste caratteristiche vale ad innalzare l'aspetto umano del primo, a nobilitarlo con quel tanto di divino che gli viene conferito dalla protezione della dea.

Il poeta che dell'itacese da l'immagine peggiore è senza dubbio Sofocle, l'autore del Filettate, in cui Neottòlemo, il figlio di Achille, mostra una non celata ripugnanza per Odissee e per i suoi metodi che in quell’opera appaiono certamente odiosi. Ma il tragediografo compose il Filettate intorno al 409 a.C. poco prima di morire novantenne, più di tre secoli dopo la stesura definitiva dell'Iliade e dell'Odissea, quando la primitiva immagine dell'eroe era stata abbondantemente inquinata dai racconti elaborati in un periodo successivo e il fatto che Sofocle fosse indicato come "l'Omero della tragedia" (3), deve essere riferito piuttosto alt' importanza del poeta tragico e non certamente ad una consonanza d'idee. Va anche osservato che lo stesso tragedo in un'altra opera, l'Aiace, composta più di cinquanta anni prima, mostra una considerazione dell'itacese totalmente diversa e assolutamente positiva. Contemporaneamente sembra porre a confronto I' ideale eroico rappresentato da Aiace con il "...nuovo ethos del quinto secolo, quell' di cui è tipica immagine la sophrosyne di Odisseo". (4)

II coraggio di Odisseo viene col tempo trascurato e sminuito per lasciare spazio solamente alla sua astuzia, Luciano di Samosata (II sec. d.C.) nel dialogo "Ciclope e Posidone" fa dire a quest'ultimo che Odisseo non è un coraggioso "oudè pàny eutharsès òn. Sembra evidente che la figura diviene col passare del tempo sempre più complessa e difficile da decifrare.

In ogni modo la fama dell'eroe omerico resta viva nel tempo e continua ad arricchirsi di attribuzioni nuove e di nuove sfumature caratteriali: L'indovino Tiresia (Odissea XI 100/137) predice ancora sventure prima del ritorno ad Itaca e quindi gli ordina, poi che abbia risolto i problemi domestici che lo attendono al rientro, di riprendere le sue peregrinazioni finché non giunga in una terra ove il mare sia sconosciuto e gli abitanti si nutrano di cibo senza sale. Ivi dovrà sacrificare a Poseidone il quale solo allora sarà indotto a deporre la sua ira per l'accecamento del figlio Polifemo. Questa imposizione di Tiresia è all'origine di tutta una serie di racconti sui viaggi dell'eroe che lo vedono ora qua ora là coinvolto in vicende fantastiche soprattutto in Tesprozia ove avrebbe sposato Callidice regina dei Tesprozi. Da quel matrimonio sarebbe nato Polipete.

Come si può osservare i racconti sono tanti e spesso contrastanti. Alcuni autori piuttosto tardi (Servio, Pausania e altri) negano addirittura che Penelope sia rimasta per tanto tempo fedele ad Odisseo, l'accusano di essersi unita con ciascuno dei pretendenti cancellando in tal modo la figura della sposa esemplarmente casta che ci era stata fornita da Omero; dall'unione di Penelope con i Proci sarebbe nato un figlio a cui sarebbe stato dato il nome di Pan a significare che esso era il figlio di tutti. Questo radicale capovolgimento d'immagine è certamente una prova evidente di quanto la rappresentazione del personaggio possa essersi deteriorata nel tempo per successive aggiunte ed invenzioni che spesso si spingono fino al completo ribaltamento delle caratteristiche iniziali. Di qui la necessità assoluta di diffidare in questo tipo d'indagini degli autori più recenti i quali hanno avuto modo di raccogliere acriticamente, quando non di inventare, notizie che poco hanno a che vedere con il personaggio delle origini. Si potrebbe forse aggiungere la considerazione che la diffusione della scrittura aveva in certo qua! modo attenuato quel senso di responsabilità degli antichi aedi per i quali era un punto d'onore, un dovere assoluto, tramandare i miti senza alterarli. Non sembra un fatto accidentale che siffatte aggiunte e trasformazioni si siano manifestate a mano a mano che la scrittura diveniva di uso comune e che le ritroviamo soprattutto nelle opere di autori recenti.

Esiodo (5) riferisce che dall'incontro di Odissee con la maga Circe sarebbero nati Agrio, Telegono e Latino, quest'ultimo eroe eponimo del Lazio: da qui sicuramente scaturisce la popolarità nel mondo romano dell'eroe noto come Ulisse (la trasformazione dal greco Odysseus nel latino Ulisse diviene più chiaramente comprensibile se si osserva che ad Atene, Corinto ed in altre località il personaggio era noto col nome di Olysseus).

Altri Autori, per lo più tardi, come Pausania (II sec. d.C.), aggiungono nuove informazioni sugli ultimi anni della vita dell'eroe. Sono resoconti piuttosto ingarbugliati e spesso contraddittori sui quali è inutile soffermerei suggerendo invece a chi volesse conoscere più a fondo l'argomento di consultare " I MITI GRECI" di Robert Graves edito in Italia da Longanesi. L'unico punto che merita di essere ricordato è quello che vuole che Odissee sia morto per mano del figlio Telegono che era arrivato ad Itaca alla ricerca del padre. Era sbarcato pensando di essere giunto a Corcira e qui, scontrandosi con gli abitanti accorsi a difesa della loro terra, nel corso della lotta uccise il genitore che non aveva mai veduto. Successivamente Telegono avrebbe sposato Penelope (che però oramai doveva avere superato i quaranta anni, un'età piuttosto avanzata per quei tempi se si pensa che, secondo gli antropologi, la vita media era al di sotto dei quaranta) mentre il figlio di questa, Telemaco, sarebbe divenuto lo sposo di Circe. Tutti questi racconti appaiono alquanto confusi, ma questo guazzabuglio, che nasce in gran parte dalla grande popolarità dell'immagine dell'eroe, è tuttavia una dimostrazione della fortuna avuta nel tempo dalla figura di "quell'uom di multiforme ingegno..."

E' molto probabile, ma comunque da verificare, che la leggenda epica dell'eroe, forzato del mare, risalga al periodo Miceneo ed alle prime esperienze di navigazione che quel popolo fece su lunghe distanze. I racconti più o meno fantastici dei naviganti inclini, per umana debolezza, ad amplificare le avventure vissute nei loro viaggi, sarebbero in gran parte confluiti nelle vicende di un unico personaggio che in sé le avrebbe riassunte ed è ragionevole pensare che in seguito la narrazione delle peripezie da questo affrontate sia stata inserita nell'Odissea. Un indizio che suffragherebbe questa ipotesi lo si può riconoscere nel gruppo compatto dei libri dal IX al XII ove l'eroe, alla corte di Alcinoo, narra le sue traversie nel corso delle quali incontra mostri e giganti che, presenti nell'Odissea, sono del tutto assenti nell' Iliade. Queste figure immaginarie potrebbero rappresentare un'eco di leggende fantastiche e paurose risalenti ad un periodo notevolmente più remoto dei fatti della guerra troiana. Se cosi fosse i racconti delle vicissitudini del re di Itaca dovrebbero lecitamente essere posti accènto a quelli del mito degli Argonauti come una memoria di avvenimenti pregressi, sublimati nel mito, ove il fantastico assume un particolare valore di esaltazione dell'eroe e delle sue imprese, ma anche di ricordo di eventi accaduti. D'altra parte oggi sappiamo dai ritrovamenti archeologici che le località toccate da Odissee erano tutte ben note ai navigatori Micenei. In fondo abbiamo già detto che il mito è il progenitore della storia e perciò non dobbiamo meravigliarci.

Avevamo osservato la differente immagine del protagonista dell'Odissea e dell'Ulisse dantesco. Natalino Sapegno in una nota del suo commento alla Divina Commedia afferma testualmente "Dante ignorava senza dubbio sia i poemi omerici sia i tardivi riassunti di quelli, che pur ebbero corso nelle scuole medievali, dove si paria del ritorno di Ulisse in Itaca." Possiamo perciò arguire che le informazioni che aveva Dante sulla figura di Ulisse fossero piuttosto generiche e approssimative, certamente di seconda mano, di qui I' immagine dell'eroe che in realtà dopo una più attenta osservazione sembra apparire piuttosto un antieroe, qualità questa che a noi lo rende più vicino e più simpatico.

Pietro Crivelli
 
Note:

1) - G.S.Kirk in Mondadori, Milano 1989. pag. 78.

2) - II prof. P.Bartoloni, nel corso di una conferenza (Paestum, 26 maggio 2001 ), avente per argomento " La Sardegna Punica", riferiva che, durante una prospezione per iniziare uno scavo archeologico in una località della Sardegna, si sentì dire da un pastore del luogo che nel punto ove si trovavano, in antico e' era una "chiesa". Il successivo scavo portò alla luce i ruderi di un tempio punico. Per oltre due millenni si era conservata la memoria non solo della presenza dell'edificio ma anche della sua funzione cultuale.

3) - Polemone, citato da Diogene Laerzio 4.20.

4) - P.E.Easterling in< La letteratura Greca...>Milano1989.pag. 543.

5) - Teogonia w: 1011/1014.
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