Si inaugura con questo articolo il blog a cui è stato dato il nome “cocci di storia”. La scelta è caduta su una epistola di Marco Tullio Cicerone per omaggiare le origini paterne del suo amministratore, Antonio Brindisi, ancora oggi radicate sul territorio.

Infatti, si tratta di una lettera dell’eccelso oratore, scrittore e uomo politico latino (Arpino 106 a. C. - Formia 43 a. C.), che scrive dalle Nares Lucanae a Tito Pomponio Attico, l'amico e confidente più importante, in un momento molto difficile della sua vita.

In quel tempo a Roma si era da poco concluso il processo dei catilinari con la condanna a morte di Cetego e Lentulo, i fedelissimi di Lucio Sergio Catilina (per lo più noto per la congiura che porta il suo nome, un tentativo di sovvertire la Repubblica Romana, ed in particolare il potere oligarchico del Senato), che non erano scappati con il loro capo, poi morto in battaglia a Pistoia (62 a.C.). Le Nares Lucanae furono identificate in un primo momento nel territorio della frazione Scorzo di Sicignano degli Alburni. Oggi, grazie alla ricerca sistematica sul territorio fatta dal Gruppo Archeologico Salernitano e alle campagne di scavo promosse dalla Soprintendenza Archeologica di Salerno e Avellino, sono state identificate con la frazione Zuppino di Sicignano degli Alburni, in loc. Pisciaricolo, Casale e Badia. Sembra che sia stato localizzato anche un tempio, forse dedicato a qualche divinità locale (dio Alburno?). E veniamo ai fatti di allora che condussero Cicerone sulla via dell’esilio forzato. Alla formazione del primo triumvirato (60 a.C.) tra Cesare, Pompeo e Crasso, per ragioni di opportunità politica Cicerone non prese subito una posizione netta. Ne approfittò un personaggio, Publio Clodio Pulcro, di rango patrizio, di depravati costumi, denunciato e messo sotto processo da Cicerone per aver profanato la festa della Bona Dea, in combutta con l’allora moglie di Giulio Cesare, Pompea, con la quale intratteneva una tresca amorosa. Publio Clodio per poter essere eletto tribuno della plebe aveva dovuto rinunziare al patriziato. Una volta assurto a questa carica, presentò e fece approvare in Senato, nel 58 a. C., una legge con cui veniva condannato all'esilio (in un luogo che doveva distare 400 miglia da Roma, sine aqua et igni) chiunque avesse fatto uccidere un cittadino romano senza la regolare sanzione del popolo. Era chiaro l’intento di Publio Clodio di vendicarsi in primis del torto subito e nello stesso tempo sbarazzarsi di un uomo che potesse frenargli l’ascesa al potere. Cicerone, implicato nell'esecuzione sommaria dei catilinari, a cui aveva negato l’appello al popolo (la provocatio ad populum costituiva una delle istituzioni fondamentali del diritto pubblico romano, in particolare nel periodo repubblicano, introdotto dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C., rogata dal console Publio Valerio Publicola), su consiglio di Catone e abbandonato da tutti, lasciò Roma per Tessalonica, e di lì per Durazzo. Giunto a Capua percorse la via Regio – Capuam (la via Annia o Appia-Annia o Popilia, che dir si voglia) e dopo un lungo e faticoso viaggio arrivò alle Nares Lucanae. Questa era una statio romana importantissima perché da questo luogo si doveva necessariamente scegliere quale strada percorrere in quanto la stazione successiva, a circa dieci miglia, Acerronia, oggi taverna di Massavetere, in territorio di Pertosa, non consentiva più questa scelta. Infatti, a circa 7 miglia dalle Nares, la strada si diramava in tre direzioni, ancora oggi evidenti nei pressi della taverna della Cerreta, nel comune di Auletta. Una andava a Brindisi, in Puglia, congiungendosi con la via Appia, le altre due, invece, una a Volcei, l’odierna Buccino, e l’altra a Reggio Calabria, seguendo la strada (più o meno l’attuale SS.19 delle Calabrie). Alle Nares Lucanae, in una caupona possiamo immaginare Cicerone seduto su un desco, pensieroso e assorto, mentre scrive la lettera all’amico Attico prima di affidarla a un cavallaro di turno, sicuramente presente in quel posto (stabula), per farla consegnare al destinatario. Era il giorno delle Idi di aprile (8 aprile) dell’anno 58 a.C.. Cicerone era arrivato in quel luogo, oggi Zuppino, percorrendo una strada ghiaiosa (glarea strata) e il viaggio era stato molto faticoso. Una volta giunto lì, però, nonostante il suo precario stato d’animo, potè apprezzare durante i pasti le famose “lucaniche” (più o meno simili alle attuali salsicce di maiale, che ancora oggi sono molto rinomate nella zona).
Riportiamo qui di seguito, con traduzione, il testo latino dell’epistola III scritta ad Attico:
itineris nostri causa fuit quod non habebam locum ubi pro meo iure diutius esse possem quam in fundo Siccae, praesertim nondum rogatione correcta, et simul intellegebam ex eo loco, si te haberem, posse me Brundisium referre, sine te autem non esse nobis illas partis tenendas propter Autronium. nunc ut ad te antea scripsi, si ad nos veneris, consilium totius rei capiemus. iter esse molestum scio sed tota calamitas omnis molestias habet.Plura scribere non possum; ita sum animo perculso et abiecto. cura ut valeas. Data VI Idus Aprilis Naribus Lucanibus.
II motivo del mio spostamento è che non avevo luogo dove, a termini di legge, potevo restare più a lungo al di fuori della proprietà di Sicca, specialmente se la mozione non è stata ancora emendata, e al tempo stesso mi rendevo conto che da questo posto, con te vicino, potevo trasferirmi a Brindisi, mentre senza di te dovevo evitare quelle parti a causa di Autronio. Ora, come ti ho scritto in precedenza, se vieni da me potremo decidere su tutta la faccenda. So che il viaggio è fastidioso; ma è la mia sventura tutta quanta a essere piena di fastidi. Non posso scrivere di più, tanto mi sento affranto e abbattuto. Mantieniti sano. Dalle Nares di Lucania, l'8 aprile del 58 a.C.

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