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 Salerno... di Antonio Brindisi
 
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Salerno, rima d'inverno,

o dolcissimo inverno.

Salerno, rima d'eterno.




(da Salerno, rima d'inverno di Alfonso Gatto)

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Di Admin (del 16/03/2009 @ 13:47:54, in Miti ed Eroi, linkato 4238 volte)
     Prometeo, è figlio di un Titano, Giapeto e di un'Oceanina, Climene, il suo nome significa "il Previdente", colui che pensa prima , in contrapposizione a quello di un suo fratello Epimeteo l'Imprevidente, colui che pensa dopo. Il mito, dunque, ci consegna l'immagine di un uomo sagace e prudente.
     Una prima notizia su questa figura mitologica la incontriamo nella "Teogonia" d'Esiodo (VV 507 segg.), poeta greco vissuto tra la fine del IX e gli inizi dell’ VIII sec .a.C.
     Prometeo, non nasce immortale, l'immortalità la raggiungerà in un secondo tempo. Secondo alcuni mitografi egli fu il creatore dell'umanità avendo modellato nell'argilla i primi uomini, ma questa notizia non appare nell'opera d'Esiodo ove, piuttosto, è rappresentato nelle vesti di un benefattore che spinge il suo amore per l'umanità fino alle estreme conseguenze.
     Il suo impegno a favore degli uomini comincia con un episodio che si potrebbe definire burlesco: nel corso di un sacrificio solenne a Zeus, Prometeo divise l'animale sacrificato, un bue, in due parti, la prima costituita dalle ossa della vittima spolpate e ricoperte dal grasso, la seconda composta dalla carne coperta dalla pelle. Invitò quindi Zeus a scegliere lasciando l'altra parte ai mortali. Zeus scelse la parte del grasso, ma quando si avvide che sotto c'erano solamente le ossa ci restò male. Decise perciò di punire gli uomini rei di averlo ingannato e li privò del fuoco. Prometeo, allo scopo di vanificare la vendetta divina, prese delle scintille ignee dal carro del Sole e le portò in terra, nascoste in un gambo di finocchio selvatico. Zeus questa volta s'infuriò davvero e mandò sulla terra una donna, secondo Esiodo la prima donna, alla creazione della quale avevano contribuito tutti gli Dèi, fornendola d'ogni qualità desiderabile, si chiamava Pandora perché ricca di tutti i doni possibili.
     Epimeteo, il fratello di Prometeo di cui si è già accennato, se ne innamorò e la fece sua sposa, ma, incauto qual era non aveva fatto i conti con la curiosità femminile. C'era un vaso, chiuso ermeticamente da un coperchio che impediva al contenuto di sfuggire, Pandora, presa dalla smania di sapere, non resistette alla tentazione di vedere che cosa ci fosse dentro e tolse il coperchio. Tutti i mali che da allora affliggono l'umanità e che erano racchiusi nel vaso uscirono fuori e si sparsero per il mondo. In fondo rimase solo la speranza a dare un piccolo misero sollievo al genere umano. La punizione riservata a Prometeo fu terribile, trasportato nel Caucaso, si trovò incatenato ad una roccia con un'aquila che gli divorava il fegato che tuttavia si riproduceva in continuazione. Fu liberato da questo tormento da Eracles il quale, nel suo girovagare, trovandosi a passare nei pressi, colpì con una freccia l'aquila e liberò Prometeo. Zeus questa volta non si adirò, anzi fu inorgoglito dal fatto che il figlio che aveva avuto da Alcmena con questa azione potesse accrescere ulteriormente la propria gloria. Però aveva giurato che Prometeo sarebbe rimasto per sempre legato a quella roccia e quindi, per rispettare il giuramento almeno dal punto di vista formale, gl'impose di portare al dito un anello fatto col ferro della catena e con un pezzetto della roccia cui era stato avvinto.
     In quel periodo accadde anche che il centauro Chirone fosse stato ferito con una freccia da Eracles. A causa di quella ferita soffriva tremendamente e senza sosta, tanto da desiderare di morire. Ciò tuttavia gli era negato perché il centauro era immortale. Chiese allora a Prometeo di liberarlo dall’immortalità assumendola su di sé. Questi accondiscese e cosi divenne immortale. Zeus non si oppose, anzi gli fu riconoscente perché gli aveva rivelato una profezia secondo la quale il bambino che sarebbe nato da una Nereide, Teti, di cui si era invaghito, sarebbe divenuto più forte e potente del padre. Fu così che Zeus represse i suoi desideri e Teti divenne la sposa di Peleo.
 
Di Antonio Brindisi (del 06/02/2009 @ 13:42:53, in Salerno, linkato 1190 volte)
Non chiamiamolo più Castel Terracena.
 Volevo porre alla vostra attenzione un articolo di Vincenzo De Simone in cui viene messa in dubbio l’identificazione delle strutture nella traversa S. Giovanni con i resti del Castel Terracena.
 Roberto il Guiscardo, come racconta Amato di Montecassino, fece edificare il castello di Terracena, al duplice scopo, pare, di rafforzare le difese che si erano dimostrate vulnerabili proprio agli attacchi normanni e di fornire i nuovi sovrani di un palazzo del potere diverso da quello longobardo. La sua esistenza fu breve, se raffrontata a quella di edifici consimili, avendo avuto termine, in circostanze che rimangono misteriose, fra il maggio 1251, data della sua ultima citazione, e il 1261, anno della morte di papa Alessandro IV che, per diritti oscuri, donò ai monaci di san benedetto il suolo sul quale era stato edificato.
 Il 28 maggio 1301 Carlo II d’Angiò esortava lo stratigoto di Salerno affinchè tornasse nel possesso della regia curia il luogo e la terra ove il castello di Terracena fu edificato e a non permettere che vi si edificasse alcunché di nuovo. Il vezzo di voler riconoscere residui dell’edificio normanno negli edifici dalle tarsie policrome che si osservano alla traversa S. Giovanni è fatto relativamente recente; infatti, Carlo Carucci, nel 1922, nel chiedersi ove fosse il suo sito, benché lo cercasse a valle dei complessi di San Benedetto e di San Michele, non pare, alla luce di quanto scrisse, rimanesse particolarmente colpito da quelle strutture e andò ad identificare l’area che cercava con quella del Castelnuovo. In effetti, alla traversa San Giovanni si osservano due immobili collegati da una coppia di terrazzi-cavalcavia sovrapposti che nulla ci dicono circa l’epoca in cui il collegamento fu realizzato. I due edifici non presentano unità di tipologia costruttiva, essendo l’utilizzo delle finestrature difforme, non in asse e non allo stesso livello, la qual cosa accentua l’impressione di posteriorità del detto collegamento; le decorazioni a tarsie, almeno a giudicare dalle poche visibili sul manufatto occidentale, presentano più elementi di similitudine che di unità stilistica che possa far pensare ad una continuità costruttiva fra le due parti. L’edificio orientale, che presenta una estensione di decorazione maggiore, in realtà non è che un sottile fabbricato che male suggerisce di aver contenuto sale o appartamenti regali; ad esso fu addossata da settentrione una costruzione posteriore che venne solo artificiosamente a chiudere la piccola corte e che certamente non fece parte di alcun quadrilatero coevo alla posa in opera delle tarsie. La traversa fra i due edifici non ebbe, come sostenuto da alcuni autori, la funzione di collegamento fra due corti interne ad un’area palaziata, in quanto, uscendo da essa verso meridione, si nota, adiacente a quello che dovrebbe essere stato, in tale ipotesi, il frinte interno alla seconda corte dell’edificio orientale, una costruzione con porta metallica: si tratta del sito della chiesa parrocchiale di San Giovanni Cannabariis, lì esistente, in area pubblica, almeno dal gennaio 1131, epoca della sua prima citazione giunta fino a noi, ai bombardamenti del secondo conflitto mondiale che la distrussero. Alla traversa san Giovanni, dunque, ci troviamo non in presenza di residui della reggia normanna, di impossibile esistenza, non essendo rimasta che il nudo suolo, ma di una edilizia privata che, lungi dall’essere sminuita da questa non appartenenza, testimonia (altro esempio Palazzo Fruscione) della capacitò culturale ed economica di soggetti diversi dalle dinastie regnanti e dalle gerarchie ecclesiastiche di munirsi di residenze di pregio. Naturalmente, restiamo grati a chi ha voluto attirare l’attenzione di addetti ai lavori spesso distratti su questo sito da riscoprire e tutelare; auguriamoci che si ponga mano al recupero dell’area intorno ad esso, magari curando di non aggiungere qualche nuovo scempio a quelli già perpetrati; consideriamolo, se ci piace, insieme ad altri consimili esistenti in città; ma per favore, non chiamiamolo Castel Terracena.
 
Di Antonio Brindisi (del 06/01/2009 @ 20:25:59, in Miti ed Eroi, linkato 2268 volte)
II mondo greco ha avuto sempre una profonda ammirazione per l'opera di Omero non solo riconoscendone il grande valore poetico, ma anche ravvisandovi, a torto o a ragione, la narrazione di vicende realmente accadute e facenti parte della storia del popolo ellenico. Ma non solo, si deve anche notare che, nell’educazione di un giovane, una parte rilevante era rappresentata dallo studio e dalla memorizzazione di molti passi di poesia omerica proprio perché si riteneva trattarsi di un apprendimento fondamentale e formativo: " I filosofi Platone e Aristotele non mancarono di disseminare citazioni omeriche nelle loro lezioni e trattati, perpetuando [...] l'immagine di un Omero sorgente capitale di saggezza,..." (1) Una storia, dicevamo, fantastica fin che si voglia, ma non del tutto lontana dalla realtà, chiaramente non per quanto riguarda le vicissitudini dei singoli personaggi i quali potrebbero essere puramente immaginari, ma per ciò che più in generale appartiene alle vicende dei popoli. In fondo Heinrich Schliemann aveva creduto ai poemi omerici e la sua fede era stata premiata.

La poesia omerica ebbe anche, sia pure indirettamente, alcuni risvolti politici. A Sicione, ove all'inizio del VI secolo il potere era già da circa un cinquantennio saldamente detenuto dagli Ortagoridi - il personaggio più rilevante di quella dinastia fu Clistene - in odio alla città vicina e rivale Argo, fu, tra l'altro, proibito agli aedi di cantare i poemi omerici perché ivi ricorre costantemente l'esaltazione degli eroi argivi. Tanto poteva essere grande la suggestione esercitata da quelle opere nella mente dei Greci.

Sarà anche bene ricordare che il mito rappresenta una forma di storia sui generis, gli argomenti dei miti saltano e rimbalzano da un narratore all'altro, da un mitografo ad un poeta e viceversa ma restano sostanzialmente sempre gli stessi, si tramandano senza differenze apprezzabili a dimostrazione di uno scrupolo profondamente avvertito di non alterare la memoria ereditata per trasmetterla integra ai posteri. Le aggiunte, le trasformazioni avverranno molto più tardi quando sarà venuto a mancare, o quanto meno si sarà attenuato quel rigore quasi religioso che presiedeva alla trasmissione del ricordo dei fatti remoti. Se è vero che il più bel romanzo che si possa immaginare, perennemente in corso di composizione, è la Storia allora dobbiamo pensare ai miti come ai primi capitoli dell'opera.

L'assenza di una tradizione scritta non è un ostacolo di tal fatta da impedire che possano essere tramandati i ricordi degli eventi accaduti in tempi lontani. I testi di epoca micenea in "lineare B" giunti fino a noi non hanno alcunchédi letterario, sono solo elenchi inventariali per l'amministrazione del "palazzo", importanti per la conoscenza del modo di vivere e di organizzazione della società dell'epoca, ma di scarsa utilità nella ricostruzione degli avvenimenti. Quella che invece non deve essere sottovalutata è la tradizione orale che noi moderni, adusi alla scrittura, siamo piuttosto inclini a minimizzare (2). Dovremmo invece cercare di approfondire maggiormente l'indagine su questi antichi racconti per coglierne pienamente i significati non sempre evidenti liberandoli altresì da superfetazioni spurie molto spesso fuorvianti.

Le figure che sono legate al mondo eroico così efficacemente descritto in quelle opere grandiose hanno tuttora una notevole presa nella mente del pubblico anche di quello di cultura non particolarmente elevata. Achille, Ettore, Aiace, Ulisse (Odisseo) sono nomi ricorrenti frequentemente nell'onomastica attuale e certamente a nessuno sfugge che a ciascuno di quei nomi si lega, ereditata dall' "epos" omerico, una caratteristica che lo distingue: Achille è il grande guerriero invulnerabile, forte nel combattimento e forte nella corsa, Ettore il "defensor patriae", pronto al sacrificio supremo, simbolo di tutti coloro che per la patria si sono immolati, Aiace è l'uomo duro e forte per antonomasia e l'ultimo, Odisseo, quegli che è dotato di una superiore intelligenza e sagacia, maestro di mille astuzie, e navigatore instancabile. Vediamo però se l'immagine che ci è stata trasmessa di questo navigatore risponda al vero oppure sia sostanzialmente diversa.

Sebbene la leggenda che nel corso del tempo si è venuta creando attorno al personaggio faccia pensare il contrario, l'Odisseo omerico in realtà non è un marinaio nel senso vero del termine, egli, pur essendo il re di un'isola, Itaca, è piuttosto l'antitesi dell'uomo di mare, non è il navigatore attratto dall'ignoto, dall'avventura, dal desiderio di conoscere altre terre e altri popoli, anzi, se potesse fuggirebbe tutto questo. Naviga, suo malgrado, animato da un solo scopo: sopravvivere e tornare a casa, al suo "oikos". E’ decisamente l'opposto dell' Ulisse dantesco:

"Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza ". (Inf. XXVI-118/120)

Nell'eroe omerico non troviamo alcuna traccia di questa aspirazione a rendere noto l'ignoto, manca del tutto lo spirito dell'esploratore, egli subisce, non cerca l'avventura. Dopo le vicende della guerra di Troia, allorché s'imbarca, la sua meta è Itaca, magari con qualche scalo lungo la rotta per fare preda secondo un consolidato costume dell'epoca, ma lo scopo è il ritorno, il "nòstos". Egli, anche quando disponeva della sua flottiglia al completo (dodici navi dipinte di rosso, Iliade II. vv. 631/637), navigava perché era costretto a farlo, percorreva il mare non con l'animo di un Colombo o di un Magellano, ma con quello di un uomo obbligato dalle circostanze avverse a percorrere il mare, non era veramente un navigatore, era piuttosto un naufrago e del naufrago aveva la mentalità, ma anche una volontà fortissima di sopravvivere per raggiungere finalmente il focolare domestico. Beninteso non era un vile, quando era necessario affrontava i pericoli con animo saldo e determinato, solo non li andava a cercare sul mare per puro spirito d'avventura, in questo caso non avrebbe certo dimostrato di essere degno della fama di uomo intelligente e prudente per cui andava famoso. Dopo avere affrontato tanti pericoli e sopportato stoicamente tante traversie non si avverte in lui il benché minimo accenno di cedimento, sembra invece che la sua determinazione a lottare per il ritorno si faccia sempre più forte. Allorché fu lasciato libero di partire dall'isola Ogìgia, ove per sette anni era stato trattenuto dalla dea Calypso, non esitò a riprendere la navigazione da solo, su una fragile zattera, un natante chiaramente assai poco affidabile, per tornare finalmente a casa. Ma, si osservi bene, il vero eroismo dell'uomo deve essere visto soprattutto in questo: nella scelta fatta consapevolmente di rimanere uomo, semplicemente un uomo, e nella umana condizione sopportare fino alle estreme conseguenze tutto il sopportabile rifiutando l'immortalità e l'eterna giovinezza offertegli da Calypso. In questa sua scelta, fatta senza esitazioni e tentennamenti, sembra che si possa riconoscere l'orgoglio quasi ostentato di sentirsi totalmente uomo. Però anche qui più che altrove resta evidente il fatto che il suo polo di attrazione era I' "oikos", non l'avventura e la conoscenza anche se queste talvolta sembrano prendere il sopravvento quando (libro XII dell' Odissea) non vuole rinunciare ad ascoltare il canto delle Sirene oppure nel momento in cui chiede a Circe come regolarsi per affrontare, armi in pugno, Scylla, il mostro a sei teste che lo attende al passaggio dello Stretto. Non dimentica neppure di essere un guerriero a cui si addice di combattere per fare preda, vedi la razzia, finita male, nel paese dei Ciconi (Odissea, IX-vv. 39/67).

Probabilmente è dalla sovrapposizione delle due immagini di persona sagace e di uomo costretto volente o nolente a navigare che si è creata quella dell' uomo di mare.

Sarà forse il caso di indagare, ma in altra sede, quanto il mito di Odissee abbia influenzato le saghe successive come quella dell' "Olandese Volante", nata dalla fantasia popolare dell'Europa del Nord e ripresa mirabilmente da Richard Wagner, o l'altra della "Ballata del Vecchio Marinaio" del poeta inglese Samuel Coleridge. Ambedue i protagonisti erano condannati ad andare per mare contro ogni loro desiderio.

L'eroe, nella visione che ne ha avuto il mondo greco, è passato per diverse e contrastanti valutazioni. I poemi omerici ci mostrano un personaggio sagace ed accorto pronto a risolvere a proprio vantaggio le situazioni più sfavorevoli nelle quali si viene a trovare, coraggioso e perciò valente nell' affrontare i pericoli senza la minima esitazione; nel X libro dell'Iliade lo vediamo intraprendere in compagnia di Diomede una notturna "azione di pattugliamento" dietro le linee nemiche e anche in questa circostanza il poeta mette bene in evidenza il coraggio nell'azione e l'abilità posta in essere da Odisseo nel corso dell'interrogatorio a cui sottopone il prigioniero Dolone. Altrove lo troviamo che si è introdotto furtivamente e con grande rischio fin dentro la città di Troia per carpire informazioni (Odissea IV w. 241 / 256). Sua fu l'idea di costruire il famoso cavallo che avrebbe permesso la conquista della città assediata inutilmente per dieci anni.

Bisogna tuttavia tenere conto della mentalità corrente nel mondo miceneo, nel libro VII dell'Iliade (w. 138 e segg.) Nestore narra la lotta dei cittadini di Pilo contro i confinanti Arcadi e l'uccisione in un'imboscata di Areitoo da parte dell'arcade Licurgo. A giudizio di Nestore si è trattato di un atto sleale. In quel mondo l'astuzia in combattimento, l'agguato ed ogni mossa preventiva che possa mettere il nemico in posizione d'inferioritàè un atto degno di riprovazione. Questo da un punto di vista solo teorico perché anche Achille, presentato come un campione di lealtà, assume un comportamento del genere quando tende il famoso agguato a Trailo. E' un episodio che ha ispirato diverse pitture vascolari (vedi la coppa laconica al museo del Louvre). Un siffatto modo di vedere arrecherà un grande nocumento al modo in cui verrà rappresentato l'eroe itacese con il passare del tempo.

Nel complesso la figura di Odisseo nell'Iliade è presentata in modo favorevole. C'è un solo punto nel quale la sua immagine appare un poco offuscata ed è nel racconto della lotta con Aiace Telamonio che si svolge nel corso dei giochi funebri in onore di Patroclo. Qui il poeta sembra non apprezzare molto la tecnica "judoistica" messa in pratica da Odisseo per atterrare il più forzuto avversario. Come si vede la mentalità di quei tempi non era ancora matura per valutare positivamente le capacità dell'intelligenza quando essa prevaleva nel confronto sulla pura forza fisica. Questo atteggiamento sarà radicalmente capovolto non molti decenni a seguire.

Ma forse ancora a quella mentalità si lega quanto di negativo si diffonderà sulla figura dell'eroe che viene talvolta ritenuto figlio di un personaggio dalle caratteristiche quanto meno discutibili: Sisifo, colui che avendo subito un furto di bestiame da parte di Autolico, ladro famoso, s'intrufola nella casa del predatore, approfittando della confusione createsi in seguito alla scoperta del ladrocinio, e ne seduce la figlia Anticlea che genererà Odisseo. "Mater semper certa est, pater numquam", Laerte o Sisifo? Ma forse l'attribuzione della paternità a Sisifo è stata suggerita dal fatto che anche quello era dotato di un'astuzia straordinariamente viva; non era stato forse lui che era riuscito ad imprigionare Ade, il signore degli Inferi, con i suoi stessi ceppi? A quanto sembra però, Omero non era al corrente di questa pretesa ascendenza.

In ogni caso sembra che si possa dire che nel mondo miceneo l'uomo dotato di un’intelligenza superiore alla norma, sagace e astuto era visto con un misto di ammirazione e di diffidenza. La prima perché non è possibile non provare rispetto per uomini simili, l'altra perché ci si sentiva disarmati nei loro confronti avendo coscienza della propria inadeguatezza.

Nella valutazione della figura dell'eroe un argomento da tenere presente è la costante protezione che gli è accordata da Athena, dea della sapienza, della saggezza, dell'operare con sagacia e ingegno. La contiguità della figura dell'uomo scaltro, intelligente e dissimulatore per antonomasia con quella della divinità che in qualche modo presiede e governa queste caratteristiche vale ad innalzare l'aspetto umano del primo, a nobilitarlo con quel tanto di divino che gli viene conferito dalla protezione della dea.

Il poeta che dell'itacese da l'immagine peggiore è senza dubbio Sofocle, l'autore del Filettate, in cui Neottòlemo, il figlio di Achille, mostra una non celata ripugnanza per Odissee e per i suoi metodi che in quell’opera appaiono certamente odiosi. Ma il tragediografo compose il Filettate intorno al 409 a.C. poco prima di morire novantenne, più di tre secoli dopo la stesura definitiva dell'Iliade e dell'Odissea, quando la primitiva immagine dell'eroe era stata abbondantemente inquinata dai racconti elaborati in un periodo successivo e il fatto che Sofocle fosse indicato come "l'Omero della tragedia" (3), deve essere riferito piuttosto alt' importanza del poeta tragico e non certamente ad una consonanza d'idee. Va anche osservato che lo stesso tragedo in un'altra opera, l'Aiace, composta più di cinquanta anni prima, mostra una considerazione dell'itacese totalmente diversa e assolutamente positiva. Contemporaneamente sembra porre a confronto I' ideale eroico rappresentato da Aiace con il "...nuovo ethos del quinto secolo, quell' di cui è tipica immagine la sophrosyne di Odisseo". (4)

II coraggio di Odisseo viene col tempo trascurato e sminuito per lasciare spazio solamente alla sua astuzia, Luciano di Samosata (II sec. d.C.) nel dialogo "Ciclope e Posidone" fa dire a quest'ultimo che Odisseo non è un coraggioso "oudè pàny eutharsès òn. Sembra evidente che la figura diviene col passare del tempo sempre più complessa e difficile da decifrare.

In ogni modo la fama dell'eroe omerico resta viva nel tempo e continua ad arricchirsi di attribuzioni nuove e di nuove sfumature caratteriali: L'indovino Tiresia (Odissea XI 100/137) predice ancora sventure prima del ritorno ad Itaca e quindi gli ordina, poi che abbia risolto i problemi domestici che lo attendono al rientro, di riprendere le sue peregrinazioni finché non giunga in una terra ove il mare sia sconosciuto e gli abitanti si nutrano di cibo senza sale. Ivi dovrà sacrificare a Poseidone il quale solo allora sarà indotto a deporre la sua ira per l'accecamento del figlio Polifemo. Questa imposizione di Tiresia è all'origine di tutta una serie di racconti sui viaggi dell'eroe che lo vedono ora qua ora là coinvolto in vicende fantastiche soprattutto in Tesprozia ove avrebbe sposato Callidice regina dei Tesprozi. Da quel matrimonio sarebbe nato Polipete.

Come si può osservare i racconti sono tanti e spesso contrastanti. Alcuni autori piuttosto tardi (Servio, Pausania e altri) negano addirittura che Penelope sia rimasta per tanto tempo fedele ad Odisseo, l'accusano di essersi unita con ciascuno dei pretendenti cancellando in tal modo la figura della sposa esemplarmente casta che ci era stata fornita da Omero; dall'unione di Penelope con i Proci sarebbe nato un figlio a cui sarebbe stato dato il nome di Pan a significare che esso era il figlio di tutti. Questo radicale capovolgimento d'immagine è certamente una prova evidente di quanto la rappresentazione del personaggio possa essersi deteriorata nel tempo per successive aggiunte ed invenzioni che spesso si spingono fino al completo ribaltamento delle caratteristiche iniziali. Di qui la necessità assoluta di diffidare in questo tipo d'indagini degli autori più recenti i quali hanno avuto modo di raccogliere acriticamente, quando non di inventare, notizie che poco hanno a che vedere con il personaggio delle origini. Si potrebbe forse aggiungere la considerazione che la diffusione della scrittura aveva in certo qua! modo attenuato quel senso di responsabilità degli antichi aedi per i quali era un punto d'onore, un dovere assoluto, tramandare i miti senza alterarli. Non sembra un fatto accidentale che siffatte aggiunte e trasformazioni si siano manifestate a mano a mano che la scrittura diveniva di uso comune e che le ritroviamo soprattutto nelle opere di autori recenti.

Esiodo (5) riferisce che dall'incontro di Odissee con la maga Circe sarebbero nati Agrio, Telegono e Latino, quest'ultimo eroe eponimo del Lazio: da qui sicuramente scaturisce la popolarità nel mondo romano dell'eroe noto come Ulisse (la trasformazione dal greco Odysseus nel latino Ulisse diviene più chiaramente comprensibile se si osserva che ad Atene, Corinto ed in altre località il personaggio era noto col nome di Olysseus).

Altri Autori, per lo più tardi, come Pausania (II sec. d.C.), aggiungono nuove informazioni sugli ultimi anni della vita dell'eroe. Sono resoconti piuttosto ingarbugliati e spesso contraddittori sui quali è inutile soffermerei suggerendo invece a chi volesse conoscere più a fondo l'argomento di consultare " I MITI GRECI" di Robert Graves edito in Italia da Longanesi. L'unico punto che merita di essere ricordato è quello che vuole che Odissee sia morto per mano del figlio Telegono che era arrivato ad Itaca alla ricerca del padre. Era sbarcato pensando di essere giunto a Corcira e qui, scontrandosi con gli abitanti accorsi a difesa della loro terra, nel corso della lotta uccise il genitore che non aveva mai veduto. Successivamente Telegono avrebbe sposato Penelope (che però oramai doveva avere superato i quaranta anni, un'età piuttosto avanzata per quei tempi se si pensa che, secondo gli antropologi, la vita media era al di sotto dei quaranta) mentre il figlio di questa, Telemaco, sarebbe divenuto lo sposo di Circe. Tutti questi racconti appaiono alquanto confusi, ma questo guazzabuglio, che nasce in gran parte dalla grande popolarità dell'immagine dell'eroe, è tuttavia una dimostrazione della fortuna avuta nel tempo dalla figura di "quell'uom di multiforme ingegno..."

E' molto probabile, ma comunque da verificare, che la leggenda epica dell'eroe, forzato del mare, risalga al periodo Miceneo ed alle prime esperienze di navigazione che quel popolo fece su lunghe distanze. I racconti più o meno fantastici dei naviganti inclini, per umana debolezza, ad amplificare le avventure vissute nei loro viaggi, sarebbero in gran parte confluiti nelle vicende di un unico personaggio che in sé le avrebbe riassunte ed è ragionevole pensare che in seguito la narrazione delle peripezie da questo affrontate sia stata inserita nell'Odissea. Un indizio che suffragherebbe questa ipotesi lo si può riconoscere nel gruppo compatto dei libri dal IX al XII ove l'eroe, alla corte di Alcinoo, narra le sue traversie nel corso delle quali incontra mostri e giganti che, presenti nell'Odissea, sono del tutto assenti nell' Iliade. Queste figure immaginarie potrebbero rappresentare un'eco di leggende fantastiche e paurose risalenti ad un periodo notevolmente più remoto dei fatti della guerra troiana. Se cosi fosse i racconti delle vicissitudini del re di Itaca dovrebbero lecitamente essere posti accènto a quelli del mito degli Argonauti come una memoria di avvenimenti pregressi, sublimati nel mito, ove il fantastico assume un particolare valore di esaltazione dell'eroe e delle sue imprese, ma anche di ricordo di eventi accaduti. D'altra parte oggi sappiamo dai ritrovamenti archeologici che le località toccate da Odissee erano tutte ben note ai navigatori Micenei. In fondo abbiamo già detto che il mito è il progenitore della storia e perciò non dobbiamo meravigliarci.

Avevamo osservato la differente immagine del protagonista dell'Odissea e dell'Ulisse dantesco. Natalino Sapegno in una nota del suo commento alla Divina Commedia afferma testualmente "Dante ignorava senza dubbio sia i poemi omerici sia i tardivi riassunti di quelli, che pur ebbero corso nelle scuole medievali, dove si paria del ritorno di Ulisse in Itaca." Possiamo perciò arguire che le informazioni che aveva Dante sulla figura di Ulisse fossero piuttosto generiche e approssimative, certamente di seconda mano, di qui I' immagine dell'eroe che in realtà dopo una più attenta osservazione sembra apparire piuttosto un antieroe, qualità questa che a noi lo rende più vicino e più simpatico.

Pietro Crivelli
 
Note:

1) - G.S.Kirk in Mondadori, Milano 1989. pag. 78.

2) - II prof. P.Bartoloni, nel corso di una conferenza (Paestum, 26 maggio 2001 ), avente per argomento " La Sardegna Punica", riferiva che, durante una prospezione per iniziare uno scavo archeologico in una località della Sardegna, si sentì dire da un pastore del luogo che nel punto ove si trovavano, in antico e' era una "chiesa". Il successivo scavo portò alla luce i ruderi di un tempio punico. Per oltre due millenni si era conservata la memoria non solo della presenza dell'edificio ma anche della sua funzione cultuale.

3) - Polemone, citato da Diogene Laerzio 4.20.

4) - P.E.Easterling in< La letteratura Greca...>Milano1989.pag. 543.

5) - Teogonia w: 1011/1014.
 
Di Antonio Brindisi (del 14/12/2008 @ 19:41:12, in Editto di Rotari, linkato 3001 volte)

Non tutti hanno letto l'EDITTO DI ROTARI. Fu emanato dal re longobardo Rotari verso la fine del mese di novembre dell'anno 643. I più pignoli affermano che la promulgazione sia avvenuta alla mezzanotte tra il 22 e il 23 del mese. Comunque sia, l'importante è che lo scopo a cui tendeva era quello di comporre le vertenze per delitti di sangue tra le famiglie sostituendo alle "faide", sanguinose e sempre rinnovatesi, un risarcimento in denaro, il "guidrigildo".

Tra le norme previste ce n'era una che comminava la pena di morte alla moglie che avesse ucciso il marito, ma una pena pecuniaria in caso contrario. L'importo della pena era tuttavia così elevato da andare ben oltre le disponibilità economiche della maggioranza, con la conseguenza che gl'insolventi si sarebbero ritrovati condannati ai lavori forzati.

Riflettendo su questo punto, lo possiamo considerare un piccolo passo avanti nell'equiparazione dei sessi oppure un permanere della disparità?

L'Editto di Rotari

 
Di Antonio Brindisi (del 14/12/2008 @ 19:14:14, in Nares Lucanae, linkato 1456 volte)

Si inaugura con questo articolo il blog a cui è stato dato il nome “cocci di storia”. La scelta è caduta su una epistola di Marco Tullio Cicerone per omaggiare le origini paterne del suo amministratore, Antonio Brindisi, ancora oggi radicate sul territorio.

Cicerone

Infatti, si tratta di una lettera dell’eccelso oratore, scrittore e uomo politico latino (Arpino 106 a. C. - Formia 43 a. C.), che scrive dalle Nares Lucanae a Tito Pomponio Attico, l'amico e confidente più importante, in un momento molto difficile della sua vita.

Nares Lucanae

In quel tempo a Roma si era da poco concluso il processo dei catilinari con la condanna a morte di Cetego e Lentulo, i fedelissimi di Lucio Sergio Catilina (per lo più noto per la congiura che porta il suo nome, un tentativo di sovvertire la Repubblica Romana, ed in particolare il potere oligarchico del Senato), che non erano scappati con il loro capo, poi morto in battaglia a Pistoia (62 a.C.). Le Nares Lucanae furono identificate in un primo momento nel territorio della frazione Scorzo di Sicignano degli Alburni. Oggi, grazie alla ricerca sistematica sul territorio fatta dal Gruppo Archeologico Salernitano e alle campagne di scavo promosse dalla Soprintendenza Archeologica di Salerno e Avellino, sono state identificate con la frazione Zuppino di Sicignano degli Alburni, in loc. Pisciaricolo, Casale e Badia. Sembra che sia stato localizzato anche un tempio, forse dedicato a qualche divinità locale (dio Alburno?). E veniamo ai fatti di allora che condussero Cicerone sulla via dell’esilio forzato. Alla formazione del primo triumvirato (60 a.C.) tra Cesare, Pompeo e Crasso, per ragioni di opportunità politica Cicerone non prese subito una posizione netta. Ne approfittò un personaggio, Publio Clodio Pulcro, di rango patrizio, di depravati costumi, denunciato e messo sotto processo da Cicerone per aver profanato la festa della Bona Dea, in combutta con l’allora moglie di Giulio Cesare, Pompea, con la quale intratteneva una tresca amorosa. Publio Clodio per poter essere eletto tribuno della plebe aveva dovuto rinunziare al patriziato. Una volta assurto a questa carica, presentò e fece approvare in Senato, nel 58 a. C., una legge con cui veniva condannato all'esilio (in un luogo che doveva distare 400 miglia da Roma, sine aqua et igni) chiunque avesse fatto uccidere un cittadino romano senza la regolare sanzione del popolo. Era chiaro l’intento di Publio Clodio di vendicarsi in primis del torto subito e nello stesso tempo sbarazzarsi di un uomo che potesse frenargli l’ascesa al potere. Cicerone, implicato nell'esecuzione sommaria dei catilinari, a cui aveva negato l’appello al popolo (la provocatio ad populum costituiva una delle istituzioni fondamentali del diritto pubblico romano, in particolare nel periodo repubblicano, introdotto dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C., rogata dal console Publio Valerio Publicola), su consiglio di Catone e abbandonato da tutti, lasciò Roma per Tessalonica, e di lì per Durazzo. Giunto a Capua percorse la via Regio – Capuam (la via Annia o Appia-Annia o Popilia, che dir si voglia) e dopo un lungo e faticoso viaggio arrivò alle Nares Lucanae. Questa era una statio romana importantissima perché da questo luogo si doveva necessariamente scegliere quale strada percorrere in quanto la stazione successiva, a circa dieci miglia, Acerronia, oggi taverna di Massavetere, in territorio di Pertosa, non consentiva più questa scelta. Infatti, a circa 7 miglia dalle Nares, la strada si diramava in tre direzioni, ancora oggi evidenti nei pressi della taverna della Cerreta, nel comune di Auletta. Una andava a Brindisi, in Puglia, congiungendosi con la via Appia, le altre due, invece, una a Volcei, l’odierna Buccino, e l’altra a Reggio Calabria, seguendo la strada (più o meno l’attuale SS.19 delle Calabrie). Alle Nares Lucanae, in una caupona possiamo immaginare Cicerone seduto su un desco, pensieroso e assorto, mentre scrive la lettera all’amico Attico prima di affidarla a un cavallaro di turno, sicuramente presente in quel posto (stabula), per farla consegnare al destinatario. Era il giorno delle Idi di aprile (8 aprile) dell’anno 58 a.C.. Cicerone era arrivato in quel luogo, oggi Zuppino, percorrendo una strada ghiaiosa (glarea strata) e il viaggio era stato molto faticoso. Una volta giunto lì, però, nonostante il suo precario stato d’animo, potè apprezzare durante i pasti le famose “lucaniche” (più o meno simili alle attuali salsicce di maiale, che ancora oggi sono molto rinomate nella zona).

Riportiamo qui di seguito, con traduzione, il testo latino dell’epistola III scritta ad Attico:

itineris nostri causa fuit quod non habebam locum ubi pro meo iure diutius esse possem quam in fundo Siccae, praesertim nondum rogatione correcta, et simul intellegebam ex eo loco, si te haberem, posse me Brundisium referre, sine te autem non esse nobis illas partis tenendas propter Autronium. nunc ut ad te antea scripsi, si ad nos veneris, consilium totius rei capiemus. iter esse molestum scio sed tota calamitas omnis molestias habet.Plura scribere non possum; ita sum animo perculso et abiecto. cura ut valeas. Data VI Idus Aprilis Naribus Lucanibus.

 II motivo del mio spostamento è che non avevo luogo dove, a termini di legge, potevo restare più a lungo al di fuori della proprietà di Sicca, specialmente se la mozione non è stata ancora emendata, e al tempo stesso mi rendevo conto che da questo posto, con te vicino, potevo trasferirmi a Brindisi, mentre senza di te dovevo evitare quelle parti a causa di Autronio. Ora, come ti ho scritto in precedenza, se vieni da me potremo decidere su tutta la faccenda. So che il viaggio è fastidioso; ma è la mia sventura tutta quanta a essere piena di fastidi. Non posso scrivere di più, tanto mi sento affranto e abbattuto. Mantieniti sano. Dalle Nares di Lucania, l'8 aprile del 58 a.C.

Sicignano e il pagus Naranus

 
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