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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
*AGGIORNAMENTI del 31.10.2009_
Nella sezione "Fotografie" sono pubblicate tre foto di Massimo La Rocca di una colonna, già in parte esposta ma ora definitivamente rivelata dai lavori di ripavimentazione, al Largo San Giorgio, di fronte all'omonima Chiesa su Via Duomo. Siamo nelli'solato di Palazzo Pinto, lo stesso delle arcate rivelate un pò più di un anno fa sulla parete dell'Arco dei Pinto. Stavolta siamo all'angolo sud-ovest dell'isolato, su una parete contigua alle strutture di una torre di difesa, individuata da M. Dell'Acqua nei fabbricati prospicienti.
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Continua seminascosto l'abbattimento nella vecchia Giudaica. Pietra dopo pietra precipita nel mucchio, e viene naturalmente fuori il passato delle vecchie murature. Al piano terra, nell'ex negozio di calzature, una lamiera d'interdizione sconnessa ha permesso di sbirciare tra la polvere un'altra colonna, coeva di quella già documentata sulla scala fin dal primo progetto di Restauro degli anni '80. La nuova colonna, con un'altra simmetrica sul lato opposto, sorreggeva il grande arco che divideva in due campate il grande negozio a piano terra. La campata a sud su via Masuccio era coperta dalla volta documentata nelle foto che seguono. Forse era un androne, forse era un'aula di culto.
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In via Masuccio Salernitano il Comune di Salerno sta procedendo alla demolizione di palazzo Sabbetta, un incompiuto cantiere che per decenni ha afflitto gli abitanti ed i commercianti della ex via commerciale. Smontato il tetto ormai si è arrivati a demolire il quarto livello.
Giovedì prossimo la Soprintendenza, contro il Comune, difenderà davanti al TAR il proprio diritto ad accedere all’immobile e verificare finalmente un qualche suo interesse storico ed archeologico. A proprio sostegno la Soprintendenza esibirà la documentazione fotografica ed una relazione storica elaborate dal professor Vincenzo De Simone.
Le troverete sul suo Sito e qui sotto riportate.
[...] Palazzo Sabbetta
Identità dell’edificio.
La storia documentata del palazzo comunemente detto Renna, oggi nella quasi totalità della famiglia Sabbetta, inizia con un atto notarile dell’8 marzo 1588 dal quale risulta che parte di esso era in possesso di Giovanni Camillo de Avossa.
Il 19 dicembre 1602 si citano le case di Giovanni Marino de Avossa, nella parrocchia di Santa Maria de Domno, confinanti con beni del detto Giovanni Camillo de Avossa, con beni della chiesa di Santa Maria della Pietà (ossia il monastero detto della Piantanova), con via pubblica.
Il 23 novembre 1604 il palazzo è citato come la casa grande di Casa d’Avossa. Nell’atto compaiono due generazioni della famiglia, ossia Francesco, fratello dei citati Giovanni Camillo e Giovanni Marino, Cesare, loro padre, e il defunto Giovanni Tommaso, loro zio, del quale Cesare e i suoi tre figli erano eredi. Ciò evidenzia che il possesso del palazzo da parte dei d’Avossa (e, forse, la sua edificazione stessa) doveva risalire almeno alla metà del Cinquecento.
Il 26 marzo 1608 si conferma che il palazzo competeva ai fratelli Giovanni Camillo, Giovanni Marino e Francesco de Avossa, giusta la divisione fatta fra di loro dell’eredità paterna (che comprendeva anche l’eredità dello zio Giovanni Tommaso); essendo morto nel febbraio precedente Giovanni Camillo, la sua parte era toccata in eredità ai figli Giovanni Gregorio, Giovanni Battista e Matteo. Il documento ci fornisce una sommaria descrizione della disposizione relativa delle parti: l’appartamento inferiore era quello dei figli di Giovanni Camillo, posto sotto l’appartamento del loro zio Giovanni Marino, mentre in altra parte del palazzo abitava l’altro loro zio Francesco.
L’8 novembre 1655, descrivendosi l’eredità di un altro Giovanni Camillo de Avossa, di cui era erede il figlio Giovanni Battista, in essa risulta compresa una parte del palazzo grande detto Casa d’Avossa, nella parrocchia di Santa Maria de Domno, confinante con il monastero della Pietà.
L'11 dicembre 1664 il palazzo è descritto come consistente in più membri inferiori e superiori, magazzini, cellari e altro, di Didaco de Avossa, figlio ed erede di Giovanni Tommaso, a Portanova, detto Casa d’Avossa, confinante con il monastero della Pietà e vie pubbliche.
Il 20 novembre 1751 l’immobile detto Casa d’Avossa risulta interamente della signora donna Diodata d’Avossa, moglie del signor d. Andrea Filippo Lauro, quale figlia ed erede di d. Giacomo. Con la signora Diodata termina il possesso dei d’Avossa, infatti nel Catasto Onciario del 1753-1754 la proprietà di Casa Avossa è attribuita al magnifico d. Andrea Filippo Lauro Grotti ed è così descritta: un palazzo consistente in cortile coverto con tre appartamenti in ventisette stanze. Confina da Mezzogiorno con la strada publica, da Levante col Magnifico D. Nicola Gagliardi e clausura del Venerabile Monistero della Piantanova, da Tramontana con la detta clausura, da Ponente col vicolo e Magnifico D. Emmanuele Marotta.
Il 6 gennaio 1768 il palazzo, ancora denominato Casa Avossa, risulta del signor d. Gaetano Lauro. Nel 1807 Palazzo di Lauro, sito nella parrocchia di Santa Maria de Domno, è descritto, oltre i terranei, in tre piani per cinque appartamenti; consistenza e proprietà sono confermati dal Catasto Provvisorio (1812-1860).
Successivamente l’immobile perverrà alla famiglia Renna, quindi, per successione in linea femminile, alle signore Desiderio, delle quali la famiglia Sabbetta è erede.
Ambito urbanistico.
Palazzo Sabbetta si colloca nell’area detta in epoca longobarda l’inter murum et muricinum, ossia nella stretta striscia di terreno compresa fra il muro pre-arechiano della città antica (molto probabilmente il muro romano) e l’antemurale longobardo (il Muricino). Questa striscia di terreno andava dal luogo che poi sarà della porta dell’Annunziata al meridione del luogo che poi sarà del monastero di Santa Maria della Pietà detto della Piantanova ed era interamente percorsa da un asse viario ancora oggi riconoscibile, da via Porta Catena a via Masuccio Salernitano.
Nella parte orientale dell’inter murum et muricinum, dalla via della porta di Mare al muro della città che calava verso il mare sfiorando la zona absidale dell’attuale chiesa del Santissimo Crocifisso, si stabilì una numerosa colonia ebraica, per cui l’area fu denominata la Giudaica. In tale ambito, il sito che sarà di Palazzo Sabbetta occupava un’area delimitata a settentrione dal muro antico della città (che poi sarà il limite fra il giardino del monastero di Santa Maria della Pietà e lo stesso palazzo); ad oriente dal citato muro della città che calava verso il mare; a meridione dalla via detta prima Carraria, poi della Giudaica, oggi Masuccio Salernitano.
Molto probabilmente su parte dell’area, prima che la costruzione del Muricino la farà divenire interna alla città, dovette sorgere la torre d’angolo della difesa cittadina alla connessione fra il muro meridionale e l’orientale. Pare che tracce di tali difese (chi scrive non ha avuto la possibilità di accedere ai luoghi) siano riconoscibili in muri di spessore inusitato presenti nei locali terranei dell’immobile. Altre tracce (nemmeno queste osservate direttamente da chi scrive per l’impossibilità di accedere, stante l’occupazione del sito da parte del Comune), quali archi, colonne, capitelli, sarebbero riconducibili a qualche antico complesso architettonico sul quale Casa d’Avossa sarebbe stata innestata.
È stata ipotizzata l’antica presenza di un monastero con relativa chiesa, ma si tratta di illazione priva di fondamento, poiché tutti i luoghi di culto documentati da Arechi II in poi sono stati ubicati sulla topografia attuale della città e nessuno di essi risulta aver insistito sull’area di Palazzo Sabbetta.

Nello studio della Giudaica una lacuna irrisolta riguarda l’ubicazione della sinagoga. Nessun documento fra quelli giunti fino a noi la nomina, quasi non sia mai esistita, ma appare inconcepibile che la prospera comunità ebraica salernitana non possedesse in città un proprio tempio. Qualche studioso ha ipotizzato sorgesse sul luogo che poi sarà della chiesa di Santa Lucia de Giudaica, ma si tratta di frutto di fantasia, poiché nessuna fra le fonti giunte fino a noi autorizza nemmeno lontanamente una simile illazione. Si affaccia, quindi, l’ipotesi che i resti monumentali (evidentemente da datare e, nel caso si tratti di materiali di spoglio, attentamente valutare il loro livello di stratificazione nel sito), ove dovessero risultare posti in opera antecedentemente all’edificazione di Casa d’Avossa e dovessero essere riconosciuti come parti di un luogo di culto, potrebbero essere riconducibili proprio alla sinagoga.
Al di là delle evidenze architettoniche di estremo interesse per la ricostruzione delle vicende urbanistiche dell’area sulla quale insiste che Palazzo Sabbetta potrebbe conservare, è da considerarsi il suo ruolo nel continuum della cortina di immobili su via Masuccio Salernitano.
La strada presenta, se letta con attenzione alla luce della documentazione giunta fino a noi, uno spaccato dell’evoluzione urbanistica della Giudaica, dall’epoca della sua urbanizzazione, culminata con l’edificazione della chiesa di Santa Maria de Domno (989-990), ai primi dell’Ottocento, quando la caduta delle mura cittadine portò alla riqualificazione degli edifici posti al meridione della strada con la creazione di nuovi prospetti verso il mare.
Quest’ultima fase urbanistica è testimoniata dal civico 57 che è costituito da un portale settecentesco che nel secolo successivo, mutato l’accesso al palazzo, fu tompagnato con la realizzazione di un portale più piccolo, essendo divenuto quello che era stato il cortile coperto dell’edificio un semplice magazzino. Recentemente, con operazione apprezzabile, il portale settecentesco è stato riportato a vista pur conservando la sua funzione il portale più piccolo in esso inserito.
Lungo lo stesso lato della strada, i civici dal 63 al 69, pur appartenenti oggi ad un fabbricato della seconda metà dell’Ottocento, rappresentano il sito occupato fra il 989-990 e il 1822, anno della sconsacrazione, dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria de Domno. Di essa sopravvive il campanile, contrassegnato dal civico 71, oggi utilizzato come tromba delle scale.
Il civico successivo, il 73, è costituito da un portone ricavato nella tompagnatura di un enorme arco che con il suo piedritto sinistro aderisce all’ex campanile. Si tratta dell’ingresso al portico che permetteva l’accesso sia alle case sovrastanti che alla chiesa, la cui porta si apriva sotto di esso guardando all’occidente. Anche questo notevole elemento architettonico, documentato dal 1609, è stato opportunamente lasciato in vista in occasione del restauro dell’immobile nella cui facciata è inserito.
Sul lato opposto della via, il civico 56 è costituito da un portale quattrocentesco che, essendo di fronte al campanile superstite di Santa Maria de Domno, testimonia come la strada conservi nell’attuale larghezza quella medievale.
Determinante per la conservazione della memoria storica dell’impianto viario medievale rimane lo stesso Palazzo Sabbetta, poiché la sua estremità occidentale si estende sopra un vicolo coperto (vicolo Piantanova) che soltanto a livello dei locali terranei lo separa dall’edificio limitrofo. Si tratta di uno degli ultimi esempi rimasti in città di strectula, ossia un passaggio lasciato fra due isolati per consentire il passaggio pedonale. La tipologia costruttiva longobarda, a cui le strectule risalgono, prevedeva che i proprietari dirimpettai avanzassero dai piani superiori delle case delle balconate chiuse, i mignani, allo scopo di ampliare le stanze superiori rispetto ai locali terranei; queste balconate, ove si protendevano su strectole o anditi, congiungendosi, creavano i caratteristici vicoli coperti, di cui, come ripeto, quello sotto Palazzo Sabbetta, citato il 23 novembre 1604, quando due camere e due camerini di Casa d’Avossa sono detti posti supra strettolam, è fra gli ultimi rimasti in città.

Conclusioni.
È del tutto evidente che la demolizione di Palazzo Sabbetta costituirebbe un enorme nocumento per la memoria storico-urbanistica della città, non solo per la distruzione delle evidenze architettoniche che pare custodire (ripeto che chi scrive non ha avuto la possibilità di accedere all’immobile) e che, se rilevanti come sembra, andrebbero attentamente studiate; non solo per la distruzione della strectula; ma sopratutto per l’interruzione del continuum della cortina di immobili lungo la strada.
È impensabile che nell’epoca attuale, quando l’attenzione per la tutela dei centri storici è considerata prioritaria nell’azione dei governi cittadini, in una realtà già fortemente depauperata da abusi e manomissioni di ogni tipo come quella di Salerno, l’Amministrazione comunale proceda alla demolizione di un immobile di origini cinquecentesche, parte integrante del continuum delle cortine lungo una strada di rilievo storico-urbanistico come via Masuccio Salernitano, tanto più che il progetto di risanamento architettonico depositato dalla proprietà dell’immobile nei tempi dettati dal Tribunale Amministrativo Regionale supera ogni perplessità residua circa la volontà di agire fattivamente da parte della stessa.
Il Centro storico di Salerno per secoli si è stratificato lungo il reticolo viario della capitale longobarda fatto di strade (che attualmente giudichiamo anguste), di vicoli, di anditi, di strettole, non di piazze. Storicamente, la città, in un tessuto urbano estremamente compatto come quelli di tutti gli insediamenti a forte caratterizzazione longobarda, non ebbe, quali spazi aperti, che largo Campo e largo Dogana Regia; il largo davanti alla Santissima Annunziata Minore fu creato soltanto nel Settecento; altri spazi aperti, spesso riqualificati in modo del tutto improprio, furono determinati da eventi traumatici nel corso dello scorso secolo (piazza Sant’Agostino, largo Barbuti, piazzetta Francesco Cerenza e, nell’area prossima a Palazzo Sabbetta, piazza Giacomo Matteotti e piazzetta Piantanova).

È del tutto evidente che la creazione di un ulteriore slargo sull’area di risulta di Palazzo Sabbetta, che andrebbe spazialmente a collegarsi alla piazzetta Piantanova, determinerebbe una frattura antistorica non solo nel continuum lungo via Masuccio Salernitano, ma nel continuum dello stesso centro antico, completando lo scellerato sventramento già realizzato da piazzetta Francesco Cerenza, attraverso piazza Giacomo Matteotti e piazzetta Piantanova, per portarlo fino a via Luigi Cannoniere e, quindi, a via Roma.
Un pugno nell’occhio costituirebbe, poi, il dotare tale spiazzo di qualche fontana di improbabile fattura postmoderna.
Vincenzo de Simone
Salerno, 9 ottobre 2009. [...]
Dal Corriere del Mezzogiorno del 27 febbraio scorso: "...Cividale, Spoleto e Benevento sono infatti unite, nella loro storia millenaria, perchè sono state tre capitali di ducati longobardi...". Ne sconsigliamo tuttavia la lettura a chi è affetto da amor patrio salernitano. Ed anche a coloro che dovessere essere solamente afflitti da interesse per la Cultura. Soprattutto a quei nostri concittadini che credono essere la Cultura e la Memoria il patrimonio più importante della comunità. In calce all'articolo riprodotto alleghiamo la Newsletter n° 24 (già riportata nell'apposita sezione del sito) con i commenti e le considerazioni che ne ha fatto il nostro Direttore. Di questi ultimi invece ne consigliamo la lettura: aver compagni al duol ...
Venerdi 6 marzo 2009 Aggiorniamo il post aggiungendo, in coda alla nostra newsletter n° 24, la puntualissima replica comparsa a firma di Francesca Gargiulo sul Corriere del Mezzogiorno del 5 marzo 2009: "Salerno cerca di risalire sul treno dei Longobardi".


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L’ECO DELL’ARCHEOLOGIA
newsletter a cura del Gruppo Archeologico Salernitano Onlus
Pubblicata il 3 marzo 2009 - www.gruppoarcheologicosalernitano.org
EDITORIALE
In questa newsletter parliamo ancora una volta di Longobardi e in maniera più ampia e articolata di quanto fosse nelle nostre intenzioni. Questa news doveva essere trasmessa alcuni giorni fa e in essa si sarebbe dovuto parlare esclusivamente di una nostra prossima iniziativa, che si svolgerà dal 25 marzo al 3 giugno c.a, alle ore 18.30 presso l'Aula Magna della Scuola Elementare "G. Vicinanza" - corso Vittorio Emanuele, 153. Si tratta di un Ciclo di Conferenze organizzato per l'anno 2009 -dedicato dalla Federarcheo ai Longobardi - dal titolo 'Goti, Bizantini e Longobardi in Campania tra Tardoantico e Altomedioevo', in collaborazione con il Ministero per i Beni e per le Attività culturali - Soprintendenze salernitane, Università degli Studi di Salerno e Gruppi Archeologici d'Italia e con il Patrocinio degli Enti pubblici (Regione Campania, Provincia di Salerno, Comune di Salerno, E.P.T. di Salerno). Vedi programma sotto riportato. Per fortuna non l'abbiamo pubblicata perché poco prima di trasmetterla abbiamo letto un articolo a tutta pagina sul Corriere del Mezzogiorno del 27 febbraio 2009, pag. 11, dal titolo "Rinasce l'Italia dei Longobardi"in cui si parla ampiamente di accordi tra Città longobarde inserite nel progetto UNESCO. Si esalta il Ducato di Benevento, come è giusto che sia, in quanto capitale dei Longobardi del Sud ma di Salerno, capitale di Principato longobardo con eguale titolo dall'849, nessuna menzione. Dalla lettura delle prime righe appare subito evidente una grande confusione ma soprattutto una poca conoscenza degli eventi storici che caratterizzarono quel periodo. Si citano le tre città, Cividale del Friuli, Spoleto e Benevento come le sole che conservano tracce del passaggio di quella civiltà. Si ignorano totalmente le altre, e per quanto ci riguarda, le presenze architettoniche e storico-artistiche presenti a Salerno. In più, oltre al danno anche la beffa quando si afferma che a Benevento, centro principale della "Langobardia Minor", i Longobardi durarono ancora per tre secoli e mezzo, ignorando totalmente il fatto che fu il Principato di Salerno ad avere questo primato. Fu l'ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, a cedere nel 1076 la signoria della Città ad un'altra forza, anch'essa venuta da lontano: i Normanni di Roberto il Guiscardo. Ora, alla luce di quanto si sta delineando, ci chiediamo se sia il caso di continuare a fare polemica sterile in casa nostra oppure, cosa molto più costruttiva a parer nostro, mettere da parte orgoglio e pregiudizi e programmare una tavola rotonda con tutti i soggetti pubblici e privati per arrivare a trovare un equilibrio e una proposta valida che ci possano dare forza e coraggio per continuare a sperare in una ammissione della nostra Città longobarda nel progetto UNESCO. La cosa sembrerebbe ancora possibile, considerando anche la "buona novella" che i lavori di restauro dell'aula superiore di San Pietro a Corte sono stati appaltati. Quindi, quanto prima il Complesso riacquisterà il suo antico splendore per diventare, speriamo!, una sede museale. Noi stiamo lavorando in questa direzione. Lo dimostrano le iniziative che facciamo, le pubblicazioni, i convegni, le gestioni e le promozioni varie (articoli, newsletter, giornali di settore, ecc.), impegnando risorse mentali ed economiche. I risultati si raggiungono ascoltando le opinioni di tutti e soprattutto con la collaborazione di tutti.
A tal proposito, abbiamo ricevuto diverse email di soci, studiosi e simpatizzanti che condividono con noi il rammarico per essere rimasti fuori dagli scenari culturali che ci competono. Abbiamo scelto, tra le molte, due note che racchiudono perfettamente questo stato d'animo. Lo storico cittadino, Pasquale Natella, a proposito dell'articolo del 27 febbraio sopracitato, ci scrive: "L'accordo fra Città Spettacolo di Benevento, Mittelfest di Cividale del Friuli e Festival dei Due Mondi di Spoleto per la valorizzazione e l'uso dei siti altogermanici italiani, nell'ambito del progetto UNESCO Italia Langobardorum vede ancora una volta Salerno assente visto che qui non c'è ombra di festival almeno nazionale - città borghese, mercantile, eternamente in movimento inerte, perde continui colpi ai fini di rappresentare se stessa, e non la sua Provincia, nel consesso dell'attrazione turistica mondiale. Se non fosse per il Duomo potremmo pure eliminarla dalle varie Guide rosse o bleu esistenti. Rammento che Salerno è una delle capitali dei Longobardi (568 - 1076), questo popolo germanico venuto dal Nord Europa che ha rappresentato la più lunga dinastia sovranazionale d'Italia. proprio nella nostra città essa finì e Salerno, nella sua totale insignificanza nei rispetti delle attrazioni culturali, che sono oggi l'unica spinta a far venire gente nei propri luoghi, l'ha di nuovo precipitata nell'oblio. Chi non dà, non riceve."
E poi Cinzia Dal Maso, una delle più accreditate giornaliste italiane di Quotidiani e Riviste specializzate in Beni culturali (La Repubblica, il Sole 24 ore, Bell'Italia, ecc.), ci scrive, inviandoci in allegato un articolo scritto per una - come Lei dice - rubrichina che tengo da un po’ di tempo su Grandimostre (versione cartacea di Exibart, distribuito gratuitamente in sedi di mostre e musei:
ITALIA LANGOBARDORUM
È il nostro prossimo candidato a entrare nella prestigiosa lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Italia Langobardorum è un insieme di sette luoghi che dovrebbero dare il senso della presenza longobarda in terra d’Italia. “La candidatura più articolata e complessa mai proposta all’Unesco”, si legge nel sito internet di presentazione (www.italialangobardorum.it). A giugno sapremo se ce la farà. Al momento, però, articolata e complessa è stata la sua gestazione. Tutto nacque da un’idea dei “Longobardi del nord”, primi fra tutti i friulani di Cividale che ci fantasticano da oltre un decennio. Consci della difficoltà dell’impresa, unirono a un certo punto le forze coi Bresciani, e per completare il quadro “nordico” ci misero pure Castelseprio. Infine si è giunti all’attuale candidatura dove, tra pressioni varie e scelte opportunistiche, hanno trovato spazio anche San Salvatore a Spoleto, il Tempietto del Clitunno a Campello, Santa Sofia a Benevento e il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo. Insomma il tutto è diventato geographically correct, ma il pregiudizio “nordico” permane comunque nelle date che racchiudono il periodo storico considerato: 568-774 d.C., cioè fino alla fine del Regno del nord. Mentre sappiamo che al sud il Ducato di Benevento (e successivamente il Principato di Salerno) protrarrà i fasti longobardi di altri tre secoli. Certo, la presentazione dice che le date si riferiscono al “periodo di maggior fulgore” dei Longobardi, ma allora perché ignorare la capitale Pavia? E perché comunque trascurare Salerno, porto mediterraneo e fulcro del potere longobardo ben più della defilata Benevento? Oppure l’abbazia di San Vincenzo al Volturno che tanto si barcamenò tra Longobardi e Carolingi? Perché non sono conservati e promossi a dovere, si è detto. Ed è vero. Ma perché allora non adeguarli agli standard di qualità imposti dall’Unesco, e presentare poi una candidatura più organica? Così è solo raffazzonata. Un po’ come nel 1997 quando si candidarono le città vesuviane scordandosi Stabia. I soliti pasticci all’italiana.
Aggiungiamo che l'idea di un progetto UNESCO sui Longobardi la indicammo noi del Gruppo Archeologico Salernitano a Cividale del Friuli quando, in occasione di un viaggio di studio a Udine e Cividale del Friuli nel 2001, fummo ricevuti nella sala comunale dall'attuale Sindaco di Cividale, dott. Attilio Vuga, oggi dinamico Presidente del progetto "Italia Langobardorum". In quel frangente proponemmo anche un gemellaggio culturale tra le due Città dal titolo "I Longobardi in Italia. Dal primo Ducato all'ultimo Principato: Arechi II e Paolo Diacono" sottolineando il fatto che entrambi questi personaggi erano loro e nostri concittadini. Il progetto non ebbe seguito. Infatti, per andare avanti si dovevano attivare le dovute procedure tra gli Enti preposti (Comuni di Salerno e Cividale). Cosa che, purtroppo, non fu fatta. E quell'occasione mancata è stato il primo treno che abbiamo perso.
Il direttore
Felice Pastore
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GOTI, BIZANTINI E LONGOBARDI IN CAMPANIA TRA TARDO-ANTICO E ALTO-MEDIOEVO
ciclo di conferenze - 2009 anno dei Longobardi
AULA MAGNA
Istituto scolastico "G.Vicinanza" - Corso Vittorio Emanuele, 153
Mercoledì 25 marzo - ore 18.30 - Claudio AZZARA - Storico, Università degli Studi di Salerno Goti, Bizantini e Longobardi in Campania tra Tardoantico e Altomedioevo.
Mercoledì 1 aprile - ore 18.30 - Amalia GALDI - Storica, Università degli Studi di Salerno Salerno longobarda: alla ricerca di un'identità?
Mercoledì 29 aprile - ore 18.30 - Gerardo SANGERMANO - Storico, Università degli Studi di Salerno I Ducati romano - bizantini della Costa Campana.
Mercoledì 13 maggio - ore 18.30 - Pasquale NATELLA - Storico "Bulgari tra noi": il Meridione medievale fra Longobardi e Bulgari. Stanziamento ed estinzione di una etnia fra VII e XV secolo.
Mercoledì 20 maggio - ore 18.30 - Paolo PEDUTO - Archeologo, Università degli Studi di Salerno Salerno tra Bizantini e Longobardi. Mercoledì 3 giugno - ore 18.30 - Vito LORÈ - Storico, Università degli Studi di Roma Tre La SS. Trinità di Cava e i principi longobardi di Salerno.
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In allegato l'articolo pubblicato da "Il Giornale dell'Arte"- novembre 2008, pag. 80, su San Pietro a Corte. Al nostro Monumento vengono giornalisti, studiosi e cultori da tutto il mondo per studiarlo e scriverne, ma non abbiamo il piacere di accoglierne di locali. Forse quest'ultimi son dediti a litigi, mentre altri procurano di far si che una tale Emergenza emerga dall'oblio. Da una parte devo sottolineare positivamente l'attenzione che viene data al Monumento da giornalisti italiani noti (Cinzia Dal Maso, Edec Osser, Stella Cervasio, ecc.) che ne scrivono su quotidiani e riviste specializzate nazionali. Essi, invitati a Salerno, hanno visto, visitato e valutato tanta valenza storico-architettonica, riconoscendogli quelle peculiarità che l'hanno reso un unicum in Europa. Dall'altra parte devo constatare l'assoluta mancanza di attenzione di giornalisti e quotidiani locali (tranne qualcuno, sic!). Essi, non solo ignorano (l'hanno mai visitato?) questo gioiello di arte e cultura presente nella nostra Città, ma non muovono un dito per promozionarlo. Neanche quando la nostra Associazione, il Gruppo Archeologico Salernitano che lo propone e gestisce dal 1992, lo presenta attraverso convegni e iniziative varie. Che vergogna!!! E' il caso di dire che anche per questo siamo rimasti fuori dal progetto UNESCO "Italia Langobardorum"? Nemo propheta in patria (sua). Chissà se questo Monumento fosse stato ubicato altrove, chissà cosa sarebbe stato. Speriamo che il Comune di Salerno e le Istituzioni varie abbiano realizzato finalmente di avere in Città l'unica area palazziale di età longobarda presente in Europa. Cordiali saluti Il direttore del G.A. Salernitano Felice Pastore

A dover leggere certe notizie, certo vien da pensare che a più d'uno manca un venerdì, e forse anche qualche altro giorno della settimana. Ho conservato "il venerdì di Repubblica" del 7 novembre scorso, ed ogni tanto torno, masochisticamente, a rileggere nello "Speciale Turismo" l'articolo di Emanuele Coen. Rileggo di Spoleto, poi Benevento Foggia... e poi niente. Ed ogni volta rimango perplesso. Ma è alle due date, 568 774, dove mi blocco. Alla 774 mi è difficile passare oltre. Svaniti tre secoli della mia terra, paesi familiari intorno ai castelli, gradonate di calcare che s'inerpicano, luoghi di culto sparsi fuori mano, gli stessi suoni germanici nei nomi delle contrade. Quella 774 abbatte il mio amor di campanile, e più profondamente incrina anche il mio affidamento alla Cultura. Tralascia chi continua a contrastare il potere temporale. Poi rileggo di nuovo, e più affondo la lama nella piaga, cercando inutilmente di una reggia.
Per chi volesse approfondire, e volesse tentare di farsene una ragione, la vicenda già la si trova nella
e nelle altre precedenti dal 26 giugno al 26 febbraio.
L’ECO DELL’ARCHEOLOGIA
newsletter a cura del Gruppo Archeologico Salernitano Onlus
Pubblicata il 7 ottobre 2008 - www.gruppoarcheologicosalernitano.org
EDITORIALE
Questo fine settimana, 5 ottobre 2008, è stato ancora più interessante dell'altro, 28 settembre 2008. Vi chiederete il perchè. La curiosità va sempre soddisfatta. La differenza l'ha fatta il "cadreghino". Molti mi hanno chiesto che cosa sia. Un oggetto misterioso? nò, ho risposto. La settimana scorsa si celebravano le Giornate Europee del Patrimonio e noi del Gruppo Archeologico Salernitano eravamo presenti sulla brochure del MIBAC con una iniziativa, diciamo pure europea, che fa parte di un progetto "Longobardi, una corte a Salerno". Una proposta intelligente per chiedere in futuro, a pieno titolo, di entrare a far parte degli itinerari culturali promossi dal progetto UNESCO "Italia Langobardorum" da cui siamo stati esclusi... proprio per colpa dei soliti "cadreghini". Eravamo certi di non averli a Salerno, invece, ahimé!, ne abbiamo scoperto uno anche qui. Il ne veut pas céder sa place...e le nostre iniziative sono state "bocciate" per permettere alle altre... di emergere. Voi ci chiederete il perchè?, noi ci siamo sentiti rispondere, sempre dal "cadreghino", che le nostre si sovrapponevano... già!, alle altre. Che sbadati siamo stati!. Non abbiamo valutato che le altre lo reggevano per evitargli di diventare un trespolo. La settimana dopo, rispettando un disegno che si allarga extramoenia castrum Salerni, abbiamo scelto l'abbazia di San Vincenzo al Volturno. Uno degli itinerari longobardi più suggestivi che farà parte di un progetto più ampio insieme alle abbazie di Farfa, Nonantola e Novalesa, da inserire nel corpus progettuale "I Longobardi" a cura della Federarcheo. Siamo partiti da Salerno in tanti alla scoperta dell'alta valle del Volturno, tra orsi, zampogne e pitture alto-medievali. Giunti sul posto, abbiamo incontrato le guide turistiche del Molise che ci hanno illustrato il perfetto scavo archeologico, eseguito dall'Istituto Universitario "Suor Orsola Benincasa" di Napoli. Il nostro amico Federico, il prof. Marazzi, è il direttore della missione archeologica di san Vincenzo. Che splendore la cripta di Epifanio e che bravo, anzi bravissimo il prof., però anche lui, che robaaaa!, è incappato in un "cadreghino" di turno. Un disastro!. In questo luogo, importantissimo per la rennovatio carolingia, ha dovuto subire, nei mesi scorsi, la "scorrettezza" della chiusura dello scavo senza neanche essere stato interpellato. Direi, fuori da ogni regola. Pensate che il pontile di IX sec., rinvenuto nei pressi del Ponte della Zingara, è stato coperto con metri e metri cubi di sabbia. Povero legno!!!, credo che da bagnato sarà diventato asciutto. Una sciagura!. Vi prego, mandate al macero i "cadreghini" o fateli diventare trespoli...lasciando che i soliti pappagalli gli saltano intorno. Salvateci! ma soprattutto aiutateci a preservare la memoria storica dei nostri beni culturali da queste figure maldestre.
Il direttore
Felice Pastore
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VIAGGIO DI STUDIO
DOMENICA 5 ottobre 2008
ABBAZIA DI SAN VINCENZO AL VOLTURNO - S.MARIA DELLE GROTTE - SCAPOLI
vedi foto
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L’ECO DELL’ARCHEOLOGIA
newsletter a cura del Gruppo Archeologico Salernitano Onlus
EDITORIALE
Alcuni giorni fa sono stati pubblicati da quodidiani cittadini due articoli, di cui uno riguardante la scoperta di archi normanni in un vicoletto di via Mercanti, adiacente a palazzo Pinto (sede della Pinacoteca Provinciale), l'altro la denuncia a riguardo dell'abbandono e della "monnezza" del Centro storico e dei suoi monumenti più importanti. Dopo un'attenta lettura di questi articoli, ho condiviso, insieme ad altri soci, alcune considerazioni che sono state fatte. Per il primo, dopo essermi complimentato con gli addetti ai lavori (arch. Ruggero Bignardi e Marcello Ragone) per l'importantissima scoperta che avevano fatto, il pensiero è andato subito a quando inizieranno i lavori di palazzo Fruscione. In proposito mi sono chiesto: se a palazzo Pinto, in un vicoletto, scalpellando sono emerse strutture di età normanna pertinenti a un porticato di X-XI sec., cosa potrà venire fuori durante il restauro del palazzo (Fruscione) prospiciente il Complesso monumentale di San Pietro a Corte, dove ancora oggi si possono ammirare sui muri perimetrali decorazioni di archi intrecciati, a tarsie policrome, sostenuti da colonnine alto-medievali di XIII sec; raro esempio di architettura tardo-gotica in Provincia di Salerno. Oggi, osservare le vestigia di questo palazzo occupato da abusivi e privato (forse?) di altre bellezze architettoniche perchè occultate dalle superfetazioni che si sono avute nel tempo, è sicuramente cosa triste e angosciante, però ho gioito molto quando il sindaco della nostra Città, il dott. Vincenzo De Luca, è venuto a trovarci a san Pietro a Corte mercoledì 3 settembre in occasione dell'avvio dei lavori di recupero urbanistico del Largo dei Barbuti e strade adiacenti del centro storico di Salerno. Il primo cittadino, nell'illustrare le caratteristiche dell’intervento, i costi ed i tempi di esecuzione per restituire tutta la sua bellezza ad uno degli angoli più caratteristici ed importanti del centro storico di Salerno, da buon padre di famiglia si è impegnato pubblicamente a fare tutto il possibile per recuperare questo luogo riportandolo all'antico splendore, degno dei fasti di un tempo quando in Città c'erano i Longobardi e i Normanni. E quando il nostro Sindaco promette delle cose sono sicuro che si faranno. Del resto, la nostra socia, Dorotea Memoli Apicella, eminente studiosa di Storia Patria Salernitana, non a caso ha paragonato il Nostro al principe Arechi II, rifondatore nell' VIII sec. della Città di Salerno. Le accuse, invece, dell'abbandono e della "monnezza" lanciate da giornalisti, presidenti di associazioni e consiglieri circoscrizionali trovano in realtà, (non possiamo negarlo!), i monumenti salernitani in questo stato, però è pur vero che anche noi dobbiamo fare la nostra parte, come è giusto che sia, sensibilizzando i cittadini a non sporcare le strade e a rispettare i propri monumenti. I nostri volontari, impegnati nel progetto del Comune di Salerno "Monumenti sempre aperti" che operano nella gestione del Complesso Monumentale di San Pietro a Corte, solo dopo un propedeutico corso di formazione possono partecipare al progetto che, oltre a metterli in condizione di conoscere la storia del monumento per renderli operativi nelle spiegazioni da dare ai visitatori, indica loro anche su come devono rapportarsi con gli abitanti del quartiere, di fare giornaliermente le pulizie dentro e davanti il Monumento esortando così passanti e residenti a rispettare con questo esempio il luogo dove si trovano. E' noto a tutti come l'edicola votiva collocata sul muro perimetrale di San Pietro a Corte, adiacente al vico Sartori, ha avuto da sola la forza di eliminare il "vespasiano pubblico" generatosi in quel posto nelle ore notturne. Quindi, forte di queste esperienze positive, credo fermamente nella nostra opera di collaborazione con le Istituzioni e trovo che oggi sia ingeneroso scaricare tutte le colpe del degrado del Centro storico solo sul Comune di Salerno. Suggerirei, invece, di attivarsi con progetti e iniziative formative di vario genere per sensibilizzare quei cittadini abituati a non rispettare il luogo in cui vivono.
Un'ulteriore considerazione l'abbiamo fatta anche sull'occasione perduta dalle testate giornalistiche cittadine per non essere intervenute al convegno di studi sul "Popolo dei Longobardi meridionali" che la nostra Associazione ha tenuto il 28 giugno u.s. al Grand'Hotel Salerno. Nonostante ci fossimo premurati per tempo di inviare gli inviti, non abbiamo registrato nessuna presenza di giornalisti locali e, quindi, nessun cenno sui quotidiani cittadini per questo importante convegno. Al contrario, però, c'erano giornalisti provenienti da altre regioni d'Italia a dimostrazione del fatto che "Nemo propheta in patria (sua)" (vedi su questo convegno l'articolo di Cinzia Dal Maso sul Sole 24 ore pubblicato il 20/07/c.a., pag. 41ed altri pubblicati su siti web). Eppure in quella sede si è parlato di progetti di riqualificazione del centro storico e di una programmazione intesa al recupero di beni culturali in funzione di una futura musealizzazzione dell'area dell'Antica Corte (Palazzo Fruscione - Complesso Monumentale di San Pietro a Corte - largo Barbuti). Un momento e un luogo adatti per intervenire in quel dibattito pubblico, utile per fare domande a studiosi e politici presenti in sala. Era importante esserci e di questo devo dare atto al Comune di Salerno e all'Assessore ai beni culturali, avv. Vincenzo Maraio, che hanno creduto in noi e sostenuto questa iniziativa. All'uopo, penso che uno dei principali compiti dei mass media sia soprattutto quello di promuovere e divulgare il nostro patrimonio culturale, approfittando proprio di queste iniziative che Associazioni di settore come la Nostra fanno in Città. Credo che tutti, per quanto di competenza, debbano fare la loro parte. Nella città di Salerno, purtroppo!, questo raramente avviene, così, poi, diventa facile scaricare le colpe sugli amministratori. Meditate, gente, meditate!.
Il direttore
Felice Pastore


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