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Quei di Salerno il lor lunato golfo, gli archi normanni, tutta bronzo e argento la porta di Guïsa e di Landolfo aveansi in cuore, e l'arte e l'ardimento onde tolse lo scettro ad Alberada Sigilgaita dal quadrato mento.

Gabriele D’Annunzio - Libro Quarto delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI
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Di Admin (del 11/08/2009 @ 23:24:51, in Delle tracce di un mito, linkato 187 volte)
   Ringrazio Luigi Carlino che s'è adoperato per recuperare una delle due copie ufficialmente supersiti in Italia. Luigi l'ha ritrovato alla Bibioteca Nazionale di Firenze, e s'è le fatto spedire qui a Salerno.

[...] Dau, toccandogli la spalla, lo interpellò in lingua greca senza che quello si scomponesse. Ripetè la sua domanda in arabo, allora l'uomo alzò lo sguardo e vistosi il gran signori a lui innanzi, si alzò vivacemente da terra per prostrarsi profondamente dicendo:
 -Sono tuo schiavo, Effendi!
 -Conosci Salerno? Accompagnami al "Sacro Palazzo".
[...]

    Era molti anni fa, oramai, che mi capitò di leggerlo. La Repubblica Italiana era molto diversa e giovane, e si pensava avessimo nella riscoperta del nostro passato la promessa di un nostro futuro sempre migliore.  







 


XXVI.

Incominciava ad albeggiare quando il « Drago » del conte Dau si arenava dolcemente sulla spiaggia entro le scogliere di protezione del porto di Salerno.

Fuori delle mura era dovunque un gran brulicare di soldati, accampati in vasti attendamenti multicolori.

L'esercito di Ruggiero accoglieva genti di tutte le razze : saraceni dal volto scuro incorniciato da ampie capigliature nerissime raccolte dentro ai turbanti varia­mente colorati, armati dalle turcasse portate a tra­colla, di scimitarre ricurve e picche a foggia di mezza­luna; normanni, alti e biondi, poco vestiti, ed armati soltanto delle pesanti daghe quadre; greci di Puglia, e Calabria muniti dei caratteristici calzari a strisce di cuoio ed indossanti il bianco gonnellino; siciliani dal fez rosso, spavaldi ed irrequieti; latini di Irpinia e Lucania col vello caprino gettato sulle spalle; cavalieri del Sannio e della Capitanata.

In quelle prime ore del mattino già il campo mili­tare stava in piena attività; chi attingeva acqua alle fonti, chi trascinava dei carri pesanti, chi ancora ali­mentava le fucine degli armaroli che battevano il fer-

 


ro sulle incudini sonore; altri ancora nei pressi di can­tine volanti bevevano giocando a dadi.

Il Re aveva fatto distribuire il soldo a tutte le compagnie proprio quel giorno, per cui dovunque era festa.

Dau arrivava nel momento giusto : quello era il giorno della unzione solenne del giovane Alfonso terzo­genito del Re, a Duca di Napoli.

La cerimonia doveva svolgersi durante la mattina­ta nella rinomata cattedrale di San Matteo riedificata dal primo Roberto d'Hauteville.

Dau con i suoi cinquanta uomini, tra le cui file stava sorvegliato il principe di Capua, arrivò al « Sacro Palaz­zo » quando ancora tutti dormivano. Soltanto il Re, sveglio, impartiva ordini ai marescialli per le cerimo­nie del giorno.

Il conte, a mezzo d'un famiglio, si annunziava al sovrano latore di urgenti comunicazioni : l'imminente arrivo in Salerno della gran flotta pisana e la presenza d'un vassallo ribelle da lui tenuto prigioniero.

Ruggiero non ritenne di introdurre subito il con­te alla sua presenza e gli fece comunicare che lo avreb­be ricevuto dopo le cerimonie per concordare il piano della presa di possesso della città di Napoli.

Roberto di Capua, in un assieme agli uomini di Dau restarono in attesa; mentre Dau accompagnato da un funzionario salernitano, lasciò il palazzo per rifu­giarsi in una casa ospitale, lontano dal frastuono delle cerimonie, dove intendeva concedersi un poco di riposo dopo la notte insonne sul mare.

Il conte non dormì a lungo; gran chiasso prove­niente dalla strada lo svegliò ancor prima di mezzo­giorno.

Affacciatesi alla finestrella aperta sul vicolo, vide attraverso breve spiraglio fra due case, turbinare di



gente scalmanata con picche e bastoni agitati nell'aria, che urlava come in preda a gran furore.

Dau si rivestì in fretta e scese nella strada sicuro di trovarsi nei pressi del « Sacro Palazzo ». Egli non aveva fatto gran caso al percorso effettuato con la sua guida per arrivare là dove si trovava; ma fatti alcuni passi dentro al vicolo raggiungeva una strada larga ed inondata dal sole meridiano, dove la marea del popolo tumultuante faceva tutto quel chiasso che lo aveva svegliato. Sembrava che ivi fosse convenuta tutta la numerosa popolazione salernitana; per manifestare qualche cosa della quale lui non si rendeva conto.

Sospinto ed urtato dalla folla, che non gli consen­tiva di procedere, egli ritornò nel vicolo dal quale po­co prima era uscito; e fidando nel suo senso di orien­tamento, scantonò per altri vicoli e stradette, ora a destra, ora a manca, sperando di giungere nella piazza della cattedrale; ma dopo diverso girovagare attraver­so straducole immerse nell'ombra e quasi deserte, si ritrovò ancora una volta nel bel mezzo della folla.

A morte i pisani! — si udiva gridare concitata­mente.

A morte i pisani, pensava Dau, voleva significare che la gran flotta, comandata dall'ammiraglio di Bi-serno, ch'egli col suo « Drago » aveva preceduto, s'era dimostrata ostile alla causa del re.

Il popolo si assiepava sempre di più.

Stava indeciso sul da fare quando il suo sguardo cadde su di un individuo, seduto a terra, avvolto den­tro un barracano scuro, che assisteva impassibile a tanto baccano.

Dau, toccandogli la spalla, lo interpellò in lingua greca senza che quello si scomponesse. Ripetè la sua domanda in arabo, allora l'uomo alzato lo sguardo e vistosi il gran signore a lui innanzi, si alzò vivacemente

da terra per prostrarsi profondamente dicendo :

— Sono tuo schiavo, Effendi!

— Conosci Salerno? Accompagnami al « Sacro Palazzo ».

— Seguimi Effendi!

Dau si avvolse nel mantello per celare alla vista degli indiscreti le sue insegne reali e accodato all'al­tro fendette la moltitudine, avviandosi quindi per stra­de e stradette. Finalmente sbucarono nella piazza, do­ve dall'una parte in pieno sole guizzavano alte le co­lonnine del pronao della cattedrale di San Matteo, e dall'altra, nell'ombra meridiana, si ergeva maestoso con le sue severe ogive gotiche, il « Sacro Palazzo » già mirabile sede dei duchi longobardi.

Nella piazza uomini armati sostavano un po' do­vunque; anche l'equipaggio del « Drago » di Dau era schierato assieme agli altri : evidentemente le autorità cittadine, temendo qualche eccesso del popolo ecci­tato, si erano premunite.

Il conte appreso dai suoi uomini che il re aveva convocato l'assemblea del popolo, immediatamente dopo le cerimonie religiose, nella piazza prospicente il castello. Là, dove stavano già radunati tutti i gran­di dignitari dello Stato, anch'egli era atteso.

In quella stessa piazza, trecent'anni prima, l'infeli­ce Re Desiderio insediava Principe della Longobardia Meridionale, il duca Arechi II, con una cerimonia poco dissimile dalla odierna. Consegnato al capo della sua centuria il saraceno che l'aveva guidato, perché venis­se portato a bordo del « Drago », Dau assieme al prin­cipe di Capua, scortato da un plotone di soldati, si diresse entro il « Castello di Arechi ».

L'immensa folla gremiva la spianata.

Il piccolo corteo del conte riusciva ad avanzare con fatica per quanto gli armigeri adoperassero soven-

te le corte daghe di piatto per aprirsi un varco. In quel mentre usciva dalla fortezza l'abate Romualdo Guarna, sollevato su di un palanchino. L'abate, attorniato dal clero e da numerosi chierici, era seguito da una ven­tina di marinai pisani, facilmente riconoscibili per le caratteristiche giubbette turchine, che portavano tutti una grossa corda legata intorno al collo. I marinai pi­sani venivano protetti dalla folla da una doppia fila di soldati muniti di grandi scudi ed armati delle fru­ste marinaresche.

Il plotone del conte varcava il ponte levatoio quan­do l'abate, con voce sonora, intonava le laudi al re, accompagnato nel canto gregoriano dai sacerdoti, cui faceva eco l'invocazione unanime del popolo.

Dau e Roberto di Capua si inoltrarono dentro al castello fino alla sala d'armi : qui un numeroso gruppo di dignitari attorniava discutendo animatamente, il tronetto sul quale siedeva Ruggiero di Sicilia. Alla sua sinistra stava Gherardo di Bisernio, l'ammiraglio del­la flotta pisana.

Dau venne annunziato da uno squillo di corno :

— Roberto secondo — annunziava il valletto — principe di Capua, Caserta e Pozzuoli, conte di Aversa, al seguito del Conte di Palazzo, principe di Monreale, Dau Riah'llah ben Al Quattà, rende omaggio al re.

Ruggiero si alzò vivacemente dal suo trono; i pre­senti si scostarono ed egli corse, con le braccia aperte, incontro a Roberto :

Vieni nobile Drengot a prendere il posto che ti spetta nella gerarchia del regno : il passato è dietro alle nostre spalle; ora dobbiamo lavorare per l'avve­nire.

Roberto, confuso, quasi smarrito da tanta espan­sione, ricambiò l'abbraccio del sovrano e lo seguì an­dando a sedere sugli stalli posti alla destra del trono,



dove trovavano posti i grandi dignitari della corte.

Quindi un giovane dottore, dicevano si chiamasse Matteo d'Aiello, imposto il silenzio nella sala, dette lettura dei capitoli dell'alleanza stipulata a suo tempo dall'ambasciatore Dau con la repubblica di Pisa.

Terminata la lettura ed appostovi le firme ed i sigilli di convalida, il dottore togato svolse un'altra pergamena e lesse : Non avendo la Repubblica di Pisa mantenuto fede ai patti testé sottoscritti assalendo proditoriamente, per la seconda volta, la regia città di Amalfi...

— Il popolo aveva dunque ben ragione d'inveire — pensava Dau rimasto al fondo della sala, in attesa di conferire col sovrano.

— Considerato — continuava il giovane d'Aiello che la repubblica pisana dichiara, per voce dell'ammi­raglio qui presente, conte Gherardo di Biserno, d'esse­re stata tratta in inganno da voci di sedizione nel rea­me, per cui l'azione della flotta amica doveva inten­dersi come...

Un famiglio si appressò al conte di Palazzo e fat­tolo uscire gli comunicò gli ordini del re : subito dopo la cerimonia, trovarsi...

Dau rientrò nella sala d'armi: i dignitari ora sta­vano tutti in piedi soltanto il re seduto sul trono ave­va davanti a sé, sui gradini d'invito, l'ammiraglio pisa­no che chinato un ginocchio a terra, ripeteva la for­mula del giuramento sancita nel trattato di alleanza.

Finita la cerimonia, Ruggiero porgeva una mano all'ammiraglio invitandolo a rialzarsi per riprendere posto sugli stalli.

— L'azione della flotta doveva intendersi un gros­solano errore oppure malcelato calcolo? — rimugina­va Dau, quando il sovrano con ampio gesto, invitò gli astanti, ad ascoltare la sua parola :



Gravi eventi turbano il mondo ed agitano i popoli. Perciò è necessario che la pace e la concordia prevalgano nelle nostre contrade onde non essere coin­volti nelle guerre, nei disordini che preludono alla ca­restia, alle pestilenze ed all'arresto d'ogni proficua at­tività economica.

Del mantenimento dell'ordine nell'interno dello Stato mi sarà mallevadore il governo responsabile, rap­presentato dagli uomini più eminenti delle terre sog­gette alla corona di Sicilia, da Noi chiamati a far parte della « Curia Regis ».

I titolari dei feudi d'ora innanzi e per sempre, ne faranno parte di diritto : ma l'esecuzione degli ordini del re, ed il compito di far rispettare le leggi dello Stato, spetta esclusivamente al « Divan » di Palermo ed ai suoi organi, dislocati in tutte le città cui sarà dato l'attributo « regio » : questi considereranno ogni cittadino eguale di fronte a quanto codificato.

Ma ben altri problemi si impongono all'attenzione vostra, o vassalli fedeli, ed anche te principe Roberto Drengot : noi abbiamo ascoltato la saggezza dei nostri sudditi di origine araba; abbiamo accettato la scienza di governo sancita nelle leggi bizantine dell'imperatore Giustiziano; abbiamo acquisito lo spinto cristiano di Roma, per formare un solo regno, che uniformando e fondendo in unico fascio quanto è di migliore nelle tradizioni di vita e di lavoro dei nostri popoli, crei condizioni di prosperità e di sicurezza per ognuno.

Però molti nemici urgono alle porte : alcuni sono stati già debellati e resi innocui; altri però continuano ad impugnare armi subdole contro la Nostra persona ed il Nostro Stato : essi non debbono prevalere.

Non prevarranno perché tutti gli italici sentono la necessità del rinnovamento; e Roma segue Arnaldo da Brescia; Spoleto e Fermo non sopportano più le imposizioni e vessazioni dei duchi longobardi; i liberi Comuni della Val Padana si ribellano al teutonico im­peratore reclamando il governo ed il controllo della pubblica amministrazione : noi non sappiamo restare estranei a tutto questo fervore di vita nuova.

I miei eserciti, fedeli ed ordinati, sostano in Salerno : sono pronti a varcare il Garigliano ed il Tronto per unificare quanto era stato già unificato dal più an­tico imperatore, Cesare Ottaviano Augusto.

Se questo dovrà essere il destino del nostro Re­gno, io Ruggiero, umilmente pregherò Dio perché mi dia la forza di assecondarlo.

II re aveva finito.

I presenti si inchinarono profondamente.

Egli allora estrasse la pesante daga che portava sempre al fianco :

— Duchi e vassalli delle Terre Meridionali, a voi tutti che avete solennemente giurato il Patto di Melfi nell'anno del Signore 1129, il Vostro Re chiede la vo­stra dedizione alla sua legge.

I vassalli ed i dignitari estrassero le loro spade.

In quel mentre entrava nella sala il vescovo che teneva alta la croce, incedendo solenne fino ai gradini del trono, dove salì; quindi con voce tonante pronun­ciò la sacra formula : « Egomet Rugieri Regis imperio subjectus, totani atque perfectam deditionem, fideli animo tribuo, atque juro, jurando consacro ».

Così terminava la cerimonia.

L'ammiraglio congedato veniva accompagnato al­l'uscita; il seguito reale si ritirava dietro al sovrano dalla parte posteriore. Gli uomini del « Divan » scen­devano dagli stalli per intrattenere ancora i vassalli sulle disposizioni del governo. Poi assieme, abbando­nata la sala, convenivano nel cortile interno, dove stava imbandito il banchetto a base di agnelli


arrostiti allo spiedo, vino di Puglia, olive calabresi ed  arance di Sicilia.

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