Quei di Salerno il lor lunato golfo, gli archi normanni, tutta bronzo e argento la porta di Guïsa e di Landolfo aveansi in cuore, e l'arte e l'ardimento onde tolse lo scettro ad Alberada Sigilgaita dal quadrato mento.
Gabriele D’Annunzio - Libro Quarto delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI
Un appello, una preghiera, una richiesta, un'invocazione, un invito, una esortazione, una qualche cosa qualsiasi sia che possa sollecitare gli studiosi gli addetti ai lavori i preposti alla tutela gli addetti del Comune ed anche gli appassionati: la preziosa colonna di spoglio scanalata che è venuta fuori dallo spicconamento della facciata su via Mercanti angolo via Arechi, in prossimità della cappella di San Pietro a Corte, non al piano terra come di solito, ma ben alta e monumentale sulla facciata rivolta ad est, ha una qualche relazione con la Reggia di Arechi?
Giovedi prossimo venturo inizierà a Paestum la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico edizione 2009. Inoltriamo la Newsletter del Direttore sull'avvenimento, raccomandandone la lettura per gli interessanti rimandi al profilo culturale della nostra città. Per i programmi dettagliati delle singole manifestazioni, rimandiamo al sito nazionale dei Gruppi Archeologici d'Italia.
L’ECO DELL’ARCHEOLOGIA
newsletter a cura del Gruppo Archeologico Salernitano Onlus
a cura di Felice Pastore - direttore del Gruppo Archeologico Salernitano
Il tema che è stato trattato nell'ultima newsletter poneva l'interrogativo di "come si costruisce l'idendità di una città?" e dava a riguardo risposte abbastanza precise ed esaustive. Questo argomento molto caro al mondo culturale è diventato, purtroppo!!! e per vari motivi, scomodo al mondo istituzionale. Questa considerazione arriva, non a caso, a pochi giorni dall'inizio della XII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, che si terrà a Paestum - hotel Ariston - a partire da giovedì 19 fino a domenica 22 novembre 2009. Una "kermesse" culturale di grande respiro internazionale (www.borsaturismo.com) in cui si parlerà principalmente di valorizzazione e di tutela di beni culturali dell'area mediterranea e non solo. La nostra associazione nazionale, i Gruppi Archeologici d'Italia, oltre ad essere presente con uno stand espositivo in sala Tritone, presenterà due convegni nazionali (www.gruppiarcheologici.org), di cui il secondo "Le Presenze Longobarde nelle Regioni d'Italia" vedrà Salerno descritta attraverso la storia del Complesso Monumentale di San Pietro a Corte in una conferenza tenuta dall'ing. Gennaro Miccio della Soprintendenza per i B.A.P. dal titolo "La reggia ritrovata". Questo capita in un momento in cui il progetto "Salerno, monumenti sempre aperti" viene messo in discussione dalle Istituzioni per mancanza di fondi e, di conseguenza, il rischio è quello di chiudere i monumenti più importanti della città, di cui uno è proprio il Complesso Monumentale di san Pietro a Corte. Infatti, questo importante monumento, che è stato aperto al pubblico tutti i giorni per l'anno 2008 e parte del 2009 con un finanziamento della Regione Campania su delibera del Comune di Salerno, venuto a mancare questo contributo non può più assicurare l'apertura con il solo volontariato del Gruppo Archeologico Salernitano. Pertanto, se le cose non dovessero cambiare, si ritornerà come prima alle sole aperture del fine settimana. Sarebbe stato meglio, forse!, da parte delle Istituzioni non dare corso a questo progetto piuttosto che illudere i cittadini che qualcosa era cambiato nella valorizzazione dei beni culturali presenti in Città. A questo punto abbiamo fatto un passo indietro, a nostro parere molto grave, se solo si pensa all'immagine negativa che daremo ai turisti che visiteranno la nostra città. Che cosa vedranno...?. A questo punto ci permettiamo di fare alcune considerazioni: se da una parte facciamo il massimo sforzo, anche economico, per organizzare convegni, mostre e quant'altro per sensibilizzare i cittadini sui nostri beni culturali, dall'altra vediamo naufragare questi nostri buoni propositi perchè, se pur ci rallegriamo per la partecipazione del mondo istituzionale a queste manifestazioni, a dire il vero animato sempre da buoni propositi..., ci accorgiamo che poi è frenante per opportunità politiche. Questo comporta che la famosa città turistica di cui tanto si parla, in simbiosi con la sua crescita culturale, resta solo una "chimera" perchè si pensa di favorire il singolo o il clan degli amici, capaci però, bisogna dirlo, di portare voti e consensi. Credo che sia arrivato il momento di far capire ai nostri politici e ai nostri politicanti di tramutare i buoni propositi in fatti piuttosto che dispensare "chiacchiere" dettate dall'opportunità del momento. Quindi, il nostro augurio è che questa bellissima manifestazione pestana possa continuare a vivere ma che nello stesso tempo possa di anno in anno suscitare quell' interesse che ha sempre avuto e in "audience" e in presenza di visitatori. Un buon auspicio per sperare di dare continuità a quella politica di tenere "aperti i monumenti" e di assicurare assolutamente l'apertura di tre di essi, tra i più importanti in città: il Giardino della Minerva; il Complesso Monumentale di San Pietro a Corte e la Cattedrale normanna di San Matteo. Infatti, questi monumenti caratterizzano l'intera storia della città e determinano per la loro unicità tre importantissimi momenti della storia italiana ed europea. Il Giardino della Minerva è stato il primo orto botanico europeo, così come si evince dagli scritti di Matteo Silvatico. Era il "contenitore " delle piante usate dai medici della leggendaria Scuola Medica Salernitana, famosa in tutto il mondo; Il Complesso Monumentale di San Pietro a Corte, che oltre a rappresentare un unicum in tutta Europa di alzati palaziali di età longobarda, ha rappresentato la continuità storica del popolo dei Longobardi meridionali, così come ci tramandano le fonti storiche (Paolo Diacono, Chronicon Salernitanum, Erchemperto e Leone Ostiense, ecc), nei cui scritti il palatium salernitano viene considerato l'emblema della stirpe longobarda, grande e nobile per antica tradizione,durata fino al 1076 da quando si pensò nel 774, l'anno della sconfitta ad opera di Carlo Magno e del Papato, che si fosse conclusa la loro storia; la Cattedrale di San Matteo, l'unica chiesa che può riproporre la pianta basilicale del monastero di Montecassino, andata distrutta nell'ultimo conflitto mondiale, segna una tappa importante nella riforma gregoriana e nella lotta per le investiture durante gli anni del conflitto Papato-Impero. Quindi, il nostro messaggio è rivolto a tutte le Istituzioni e vuole essere un accorato appello a prendere coscienza dei tesori d'arte presenti sul nostro territorio. Vogliamo maggiore continuità ed attenzione verso questi monumenti, che abbiamo ereditato e conservato, e di cui abbiamo il dovere morale di farli conoscere, rendendoli fruibili al pubblico durante tutti i giorni dell'anno. La nostra idendità deve essere costruita su questi monumenti e su quello che rappresentano, sperando che non vengano fatte scelte politiche scellerate e di opportunità. Quindi, cerchiamo tutti insieme, e soprattutto uniti e compatti, di trarre il massimo vantaggio da queste giornate di studio. Queste manifestazioni devono servire soprattutto a farci capire che il futuro sta nella promozione e nella valorizzazione dei nostri beni culturali, i soli capaci di sviluppare un turismo serio ed intelligente, in collaborazione con le Associazioni di settore. Solo in questo modo possiamo pensare di dare alla nostra città una dimensione europea e farla concorrere con le maggiori città culturali italiane. In caso contrario, persistendo questo stato di cose, queste manifestazioni resteranno solo eventi estemporanei, utili al momento per creare l'ennesima passerella di incontri, sfilate e quant'altro...e il tutto lascia il tempo che trova.
PROGRAMMA CULTURALE
XII BORSA MEDITERRANEA DEL TURISMO ARCHEOLOGICO
venerdì 20 novembre - sala Diana - hotel Ariston - Paestum
3° Convegno Nazionale dei Gruppi Archeologici d'Italia
mattino 09.30 - 13.00 - pomeriggio 14.00 - 17.00
sabato 21 novembre - sala Diana - hotel Ariston - Paestum
N.B.: per il convegno di sabato "Le Presenze Longobarde nelle Regioni d'Italia" l'organizzazione Leader sas della B.M.T.A. mette a disposizione un pullman di 50 posti, con partenza da piazza della Concordia - Salerno - alle ore 8.30 - a esaurimento posti.
Nella sezione "Fotografie" sono pubblicate tre foto di Massimo La Rocca di una colonna, già in parte esposta ma ora definitivamente rivelata dai lavori di ripavimentazione, al Largo San Giorgio, di fronte all'omonima Chiesa su Via Duomo. Siamo nelli'solato di Palazzo Pinto, lo stesso delle arcate rivelate un pò più di un anno fa sulla parete dell'Arco dei Pinto. Stavolta siamo all'angolo sud-ovest dell'isolato, su una parete contigua alle strutture di una torre di difesa, individuata da M. Dell'Acqua nei fabbricati prospicienti.
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Continua seminascosto l'abbattimento nella vecchia Giudaica. Pietra dopo pietra precipita nel mucchio, e viene naturalmente fuori il passato delle vecchie murature. Al piano terra, nell'ex negozio di calzature, una lamiera d'interdizione sconnessa ha permesso di sbirciare tra la polvere un'altra colonna, coeva di quella già documentata sulla scala fin dal primo progetto di Restauro degli anni '80. La nuova colonna, con un'altra simmetrica sul lato opposto, sorreggeva il grande arco che divideva in due campate il grande negozio a piano terra. La campata a sud su via Masuccio era coperta dalla volta documentata nelle foto che seguono. Forse era un androne, forse era un'aula di culto.
In via Masuccio Salernitano il Comune di Salerno sta procedendo alla demolizione di palazzo Sabbetta, un incompiuto cantiere che per decenni ha afflitto gli abitanti ed i commercianti della ex via commerciale. Smontato il tetto ormai si è arrivati a demolire il quarto livello.
Giovedì prossimo la Soprintendenza, contro il Comune, difenderà davanti al TAR il proprio diritto ad accedere all’immobile e verificare finalmente un qualche suo interesse storico ed archeologico. A proprio sostegno la Soprintendenza esibirà la documentazione fotografica ed una relazione storica elaborate dal professor Vincenzo De Simone.
La storia documentata del palazzo comunemente detto Renna, oggi nella quasi totalità della famiglia Sabbetta, inizia con un atto notarile dell’8 marzo 1588 dal quale risulta che parte di esso era in possesso di Giovanni Camillo de Avossa.
Il 19 dicembre 1602 si citano le case di Giovanni Marino de Avossa, nella parrocchia di Santa Maria de Domno, confinanti con beni del detto Giovanni Camillo de Avossa, con beni della chiesa di Santa Maria della Pietà (ossia il monastero detto della Piantanova), con via pubblica.
Il 23 novembre 1604 il palazzo è citato come la casa grande di Casa d’Avossa. Nell’atto compaiono due generazioni della famiglia, ossia Francesco, fratello dei citati Giovanni Camillo e Giovanni Marino, Cesare, loro padre, e il defunto Giovanni Tommaso, loro zio, del quale Cesare e i suoi tre figli erano eredi. Ciò evidenzia che il possesso del palazzo da parte dei d’Avossa (e, forse, la sua edificazione stessa) doveva risalire almeno alla metà del Cinquecento.
Il 26 marzo 1608 si conferma che il palazzo competeva ai fratelli Giovanni Camillo, Giovanni Marino e Francesco de Avossa, giusta la divisione fatta fra di loro dell’eredità paterna (che comprendeva anche l’eredità dello zio Giovanni Tommaso); essendo morto nel febbraio precedente Giovanni Camillo, la sua parte era toccata in eredità ai figli Giovanni Gregorio, Giovanni Battista e Matteo. Il documento ci fornisce una sommaria descrizione della disposizione relativa delle parti: l’appartamento inferiore era quello dei figli di Giovanni Camillo, posto sotto l’appartamento del loro zio Giovanni Marino, mentre in altra parte del palazzo abitava l’altro loro zio Francesco.
L’8 novembre 1655, descrivendosi l’eredità di un altro Giovanni Camillo de Avossa, di cui era erede il figlio Giovanni Battista, in essa risulta compresa una parte del palazzo grande detto Casa d’Avossa, nella parrocchia di Santa Maria de Domno, confinante con il monastero della Pietà.
L'11 dicembre 1664 il palazzo è descritto come consistente in più membri inferiori e superiori, magazzini, cellari e altro, di Didaco de Avossa, figlio ed erede di Giovanni Tommaso, a Portanova, detto Casa d’Avossa, confinante con il monastero della Pietà e vie pubbliche.
Il 20 novembre 1751 l’immobile detto Casa d’Avossa risulta interamente della signora donnaDiodata d’Avossa, moglie del signor d. Andrea Filippo Lauro, quale figlia ed erede di d. Giacomo. Con la signora Diodata termina il possesso dei d’Avossa, infatti nel Catasto Onciario del 1753-1754 la proprietà di Casa Avossa è attribuita al magnifico d. Andrea Filippo Lauro Grotti ed è così descritta: un palazzoconsistente in cortile coverto con tre appartamenti in ventisette stanze. Confina da Mezzogiorno con la strada publica, da Levante col Magnifico D. Nicola Gagliardi e clausura del Venerabile Monistero della Piantanova, da Tramontana con la detta clausura, da Ponente col vicolo e Magnifico D. Emmanuele Marotta.
Il 6 gennaio 1768 il palazzo, ancora denominato Casa Avossa, risulta del signor d. Gaetano Lauro. Nel 1807 Palazzo di Lauro, sito nella parrocchia di Santa Maria de Domno, è descritto, oltre i terranei, in tre piani per cinque appartamenti; consistenza e proprietà sono confermati dal Catasto Provvisorio (1812-1860).
Successivamente l’immobile perverrà alla famiglia Renna, quindi, per successione in linea femminile, alle signore Desiderio, delle quali la famiglia Sabbetta è erede.
Ambito urbanistico.
Palazzo Sabbetta si colloca nell’area detta in epoca longobarda l’inter murum et muricinum, ossia nella stretta striscia di terreno compresa fra il muro pre-arechiano della città antica (molto probabilmente il muro romano) e l’antemurale longobardo (il Muricino). Questa striscia di terreno andava dal luogo che poi sarà della porta dell’Annunziata al meridione del luogo che poi sarà del monastero di Santa Maria della Pietà detto della Piantanova ed era interamente percorsa da un asse viario ancora oggi riconoscibile, da via Porta Catena a via Masuccio Salernitano.
Nella parte orientale dell’inter murum et muricinum, dalla via della porta di Mare al muro della città che calava verso il mare sfiorando la zona absidale dell’attuale chiesa del Santissimo Crocifisso, si stabilì una numerosa colonia ebraica, per cui l’area fu denominata la Giudaica. In tale ambito, il sito che sarà di Palazzo Sabbetta occupava un’area delimitata a settentrione dal muro antico della città (che poi sarà il limite fra il giardino del monastero di Santa Maria della Pietà e lo stesso palazzo); ad oriente dal citato muro della città che calava verso il mare; a meridione dalla via detta prima Carraria, poi della Giudaica, oggi Masuccio Salernitano.
Molto probabilmente su parte dell’area, prima che la costruzione del Muricino la farà divenire interna alla città, dovette sorgere la torre d’angolo della difesa cittadina alla connessione fra il muro meridionale e l’orientale. Pare che tracce di tali difese (chi scrive non ha avuto la possibilità di accedere ai luoghi) siano riconoscibili in muri di spessore inusitato presenti nei locali terranei dell’immobile. Altre tracce (nemmeno queste osservate direttamente da chi scrive per l’impossibilità di accedere, stante l’occupazione del sito da parte del Comune), quali archi, colonne, capitelli, sarebbero riconducibili a qualche antico complesso architettonico sul quale Casa d’Avossa sarebbe stata innestata.
È stata ipotizzata l’antica presenza di un monastero con relativa chiesa, ma si tratta di illazione priva di fondamento, poiché tutti i luoghi di culto documentati da Arechi II in poi sono stati ubicati sulla topografia attuale della città e nessuno di essi risulta aver insistito sull’area di Palazzo Sabbetta.
Nello studio della Giudaica una lacuna irrisolta riguarda l’ubicazione della sinagoga. Nessun documento fra quelli giunti fino a noi la nomina, quasi non sia mai esistita, ma appare inconcepibile che la prospera comunità ebraica salernitana non possedesse in città un proprio tempio. Qualche studioso ha ipotizzato sorgesse sul luogo che poi sarà della chiesa di Santa Lucia de Giudaica, ma si tratta di frutto di fantasia, poiché nessuna fra le fonti giunte fino a noi autorizza nemmeno lontanamente una simile illazione. Si affaccia, quindi, l’ipotesi che i resti monumentali (evidentemente da datare e, nel caso si tratti di materiali di spoglio, attentamente valutare il loro livello di stratificazione nel sito), ove dovessero risultare posti in opera antecedentemente all’edificazione di Casa d’Avossa e dovessero essere riconosciuti come parti di un luogo di culto, potrebbero essere riconducibili proprio alla sinagoga.
Al di là delle evidenze architettoniche di estremo interesse per la ricostruzione delle vicende urbanistiche dell’area sulla quale insiste che Palazzo Sabbetta potrebbe conservare, è da considerarsi il suo ruolo nel continuum della cortina di immobili su via Masuccio Salernitano.
La strada presenta, se letta con attenzione alla luce della documentazione giunta fino a noi, uno spaccato dell’evoluzione urbanistica della Giudaica, dall’epoca della sua urbanizzazione, culminata con l’edificazione della chiesa di Santa Maria de Domno (989-990), ai primi dell’Ottocento, quando la caduta delle mura cittadine portò alla riqualificazione degli edifici posti al meridione della strada con la creazione di nuovi prospetti verso il mare.
Quest’ultima fase urbanistica è testimoniata dal civico 57 che è costituito da un portale settecentesco che nel secolo successivo, mutato l’accesso al palazzo, fu tompagnato con la realizzazione di un portale più piccolo, essendo divenuto quello che era stato il cortile copertodell’edificio un semplice magazzino. Recentemente, con operazione apprezzabile, il portale settecentesco è stato riportato a vista pur conservando la sua funzione il portale più piccolo in esso inserito.
Lungo lo stesso lato della strada, i civici dal 63 al 69, pur appartenenti oggi ad un fabbricato della seconda metà dell’Ottocento, rappresentano il sito occupato fra il 989-990 e il 1822, anno della sconsacrazione, dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria de Domno. Di essa sopravvive il campanile, contrassegnato dal civico 71, oggi utilizzato come tromba delle scale.
Il civico successivo, il 73, è costituito da un portone ricavato nella tompagnatura di un enorme arco che con il suo piedritto sinistro aderisce all’ex campanile. Si tratta dell’ingresso al portico che permetteva l’accesso sia alle case sovrastanti che alla chiesa, la cui porta si apriva sotto di esso guardando all’occidente. Anche questo notevole elemento architettonico, documentato dal 1609, è stato opportunamente lasciato in vista in occasione del restauro dell’immobile nella cui facciata è inserito.
Sul lato opposto della via, il civico 56 è costituito da un portale quattrocentesco che, essendo di fronte al campanile superstite di Santa Maria de Domno, testimonia come la strada conservi nell’attuale larghezza quella medievale.
Determinante per la conservazione della memoria storica dell’impianto viario medievale rimane lo stesso Palazzo Sabbetta, poiché la sua estremità occidentale si estende sopra un vicolo coperto (vicolo Piantanova) che soltanto a livello dei locali terranei lo separa dall’edificio limitrofo. Si tratta di uno degli ultimi esempi rimasti in città di strectula, ossia un passaggio lasciato fra due isolati per consentire il passaggio pedonale. La tipologia costruttiva longobarda, a cui le strectule risalgono, prevedeva che i proprietari dirimpettai avanzassero dai piani superiori delle case delle balconate chiuse, i mignani, allo scopo di ampliare le stanze superiori rispetto ai locali terranei; queste balconate, ove si protendevano su strectole o anditi, congiungendosi, creavano i caratteristici vicoli coperti, di cui, come ripeto, quello sotto Palazzo Sabbetta, citato il 23 novembre 1604, quando due camere e due camerini di Casa d’Avossa sono detti posti supra strettolam, è fra gli ultimi rimasti in città.
Conclusioni.
È del tutto evidente che la demolizione di Palazzo Sabbetta costituirebbe un enorme nocumento per la memoria storico-urbanistica della città, non solo per la distruzione delle evidenze architettoniche che pare custodire (ripeto che chi scrive non ha avuto la possibilità di accedere all’immobile) e che, se rilevanti come sembra, andrebbero attentamente studiate; non solo per la distruzione della strectula; ma sopratutto per l’interruzione del continuum della cortina di immobili lungo la strada.
È impensabile che nell’epoca attuale, quando l’attenzione per la tutela dei centri storici è considerata prioritaria nell’azione dei governi cittadini, in una realtà già fortemente depauperata da abusi e manomissioni di ogni tipo come quella di Salerno, l’Amministrazione comunale proceda alla demolizione di un immobile di origini cinquecentesche, parte integrante del continuum delle cortine lungo una strada di rilievo storico-urbanistico come via Masuccio Salernitano, tanto più che il progetto di risanamento architettonico depositato dalla proprietà dell’immobile nei tempi dettati dal Tribunale Amministrativo Regionale supera ogni perplessità residua circa la volontà di agire fattivamente da parte della stessa.
Il Centro storico di Salerno per secoli si è stratificato lungo il reticolo viario della capitale longobarda fatto di strade (che attualmente giudichiamo anguste), di vicoli, di anditi, di strettole, non di piazze. Storicamente, la città, in un tessuto urbano estremamente compatto come quelli di tutti gli insediamenti a forte caratterizzazione longobarda, non ebbe, quali spazi aperti, che largo Campo e largo Dogana Regia; il largo davanti alla Santissima Annunziata Minore fu creato soltanto nel Settecento; altri spazi aperti, spesso riqualificati in modo del tutto improprio, furono determinati da eventi traumatici nel corso dello scorso secolo (piazza Sant’Agostino, largo Barbuti, piazzetta Francesco Cerenza e, nell’area prossima a Palazzo Sabbetta, piazza Giacomo Matteotti e piazzetta Piantanova).
È del tutto evidente che la creazione di un ulteriore slargo sull’area di risulta di Palazzo Sabbetta, che andrebbe spazialmente a collegarsi alla piazzetta Piantanova, determinerebbe una frattura antistorica non solo nel continuum lungo via Masuccio Salernitano, ma nel continuum dello stesso centro antico, completando lo scellerato sventramento già realizzato da piazzetta Francesco Cerenza, attraverso piazza Giacomo Matteotti e piazzetta Piantanova, per portarlo fino a via Luigi Cannoniere e, quindi, a via Roma.
Un pugno nell’occhio costituirebbe, poi, il dotare tale spiazzo di qualche fontana di improbabile fattura postmoderna.
Felice Naddeo su il "Corriere del Mezzogiorno" del 30 settembre 2009:
[...]
L’ex Soprintendente di Roma
Adriano La Regina: «Metterò in mostra i tanti tesori di Salerno sotterranea»
Il nuovo responsabile: Palazzo Fruscione vi sorprenderà
Palazzo Fruscione
SALERNO — «Affascinante» è la prima parola che pronuncia Adriano La Regina, per più di un quarto di secolo Soprintendente a Roma, massimo studioso vivente di etruscologia, e ora direttore scientifico delle ricerche archeologiche di «Palazzo Fruscione e San Pietro a Corte» su nomina del sindaco Vincenzo De Luca. Detto da lui poi, che solo per elencare le pubblicazioni fatte e le onorificenze italiane ed internazionali ricevute impiegherebbe mezza giornata, vuol dire che davvero questa avventura archeologica nel sottosuolo di Salerno può riscrivere la storia antica della città.
...
Come avverrano gli scavi? «Andremo ai livelli più bassi nel sottosuolo. Sono sicuro che troveremo tracce di insediamenti più antichi rispetto a quelli conosciuti fino ad oggi a Salerno» .
E queste tracce archeologiche possono essere proprio nel sottosuolo di Palazzo Fruscione o di San Pietro? «Bastano già le facciate per leggere una storia plurisecolare di Palazzo Fruscione e San Pietro a Corte. Che hanno una grande singolarità: si trovano al centro della città. Proprio dove ci devono essere stati i primi insediamenti. San Pietro a Corte, in particolare, è straordinario: ci sono segni storici dalle terme romane fino al medioevo. Ecco, noi vogliamo andare ancora più indietro di questo periodo»[...]
Sorpreso eccome! Sorpreso già da ora. Ed anche un pò sgomento. Come il navigante che vede il timoniere prendere una qualche sua rotta e non seguire quella indicata dalle stelle. Ma forse è solo merito del giornalista che avrà tagliato un qualche altro concetto magari espresso ma non rientrante nelle battute riservate all'articolo.
Viene difficile credere che dopo W. Johannowsky e la ricerca della romanità delle terme, ora si parta alla ricerca dell'homo sotterraneo salernitanus, il tutto sotto la barba ed i baffi del principe Arechi.
Ringrazio Luigi Carlino che s'è adoperato per recuperare una delle due copie ufficialmente supersiti in Italia. Luigi l'ha ritrovato alla Bibioteca Nazionale di Firenze, e s'è le fatto spedire qui a Salerno.
[...] Dau, toccandogli la spalla, lo interpellò in lingua greca senza che quello si scomponesse. Ripetè la sua domanda in arabo, allora l'uomo alzò lo sguardo e vistosi il gran signori a lui innanzi, si alzò vivacemente da terra per prostrarsi profondamente dicendo: -Sono tuo schiavo, Effendi! -Conosci Salerno? Accompagnami al "Sacro Palazzo". [...]
Era molti anni fa, oramai, che mi capitò di leggerlo. La Repubblica Italiana era molto diversa e giovane, e si pensava avessimo nella riscoperta del nostro passato la promessa di un nostro futuro sempre migliore.
XXVI.
Incominciava ad albeggiare quando il « Drago » del conte Dau si arenava dolcemente sulla spiaggia entro le scogliere di protezione del porto di Salerno.
Fuori delle mura era dovunque un gran brulicare di soldati, accampati in vasti attendamenti multicolori.
L'esercito di Ruggiero accoglieva genti di tutte le razze : saraceni dal volto scuro incorniciato da ampie capigliature nerissime raccolte dentro ai turbanti variamente colorati, armati dalle turcasse portate a tracolla, di scimitarre ricurve e picche a foggia di mezzaluna; normanni, alti e biondi, poco vestiti, ed armati soltanto delle pesanti daghe quadre; greci di Puglia, e Calabria muniti dei caratteristici calzari a strisce di cuoio ed indossanti il bianco gonnellino; siciliani dal fez rosso, spavaldi ed irrequieti; latini di Irpinia e Lucania col vello caprino gettato sulle spalle; cavalieri del Sannio e della Capitanata.
In quelle prime ore del mattino già il campo militare stava in piena attività; chi attingeva acqua alle fonti, chi trascinava dei carri pesanti, chi ancora alimentava le fucine degli armaroli che battevano il fer-
ro sulle incudini sonore; altri ancora nei pressi di cantine volanti bevevano giocando a dadi.
Il Re aveva fatto distribuire il soldo a tutte le compagnie proprio quel giorno, per cui dovunque era festa.
Dau arrivava nel momento giusto : quello era il giorno della unzione solenne del giovane Alfonso terzogenito del Re, a Duca di Napoli.
La cerimonia doveva svolgersi durante la mattinata nella rinomata cattedrale di San Matteo riedificata dal primo Roberto d'Hauteville.
Dau con i suoi cinquanta uomini, tra le cui file stava sorvegliato il principe di Capua, arrivò al « Sacro Palazzo » quando ancora tutti dormivano. Soltanto il Re, sveglio, impartiva ordini ai marescialli per le cerimonie del giorno.
Il conte, a mezzo d'un famiglio, si annunziava al sovrano latore di urgenti comunicazioni : l'imminente arrivo in Salerno della gran flotta pisana e la presenza d'un vassallo ribelle da lui tenuto prigioniero.
Ruggiero non ritenne di introdurre subito il conte alla sua presenza e gli fece comunicare che lo avrebbe ricevuto dopo le cerimonie per concordare il piano della presa di possesso della città di Napoli.
Roberto di Capua, in un assieme agli uomini di Dau restarono in attesa; mentre Dau accompagnato da un funzionario salernitano, lasciò il palazzo per rifugiarsi in una casa ospitale, lontano dal frastuono delle cerimonie, dove intendeva concedersi un poco di riposo dopo la notte insonne sul mare.
Il conte non dormì a lungo; gran chiasso proveniente dalla strada lo svegliò ancor prima di mezzogiorno.
Affacciatesi alla finestrella aperta sul vicolo, vide attraverso breve spiraglio fra due case, turbinare di
gente scalmanata con picche e bastoni agitati nell'aria, che urlava come in preda a gran furore.
Dau si rivestì in fretta e scese nella strada sicuro di trovarsi nei pressi del « Sacro Palazzo ». Egli non aveva fatto gran caso al percorso effettuato con la sua guida per arrivare là dove si trovava; ma fatti alcuni passi dentro al vicolo raggiungeva una strada larga ed inondata dal sole meridiano, dove la marea del popolo tumultuante faceva tutto quel chiasso che lo aveva svegliato. Sembrava che ivi fosse convenuta tutta la numerosa popolazione salernitana; per manifestare qualche cosa della quale lui non si rendeva conto.
Sospinto ed urtato dalla folla, che non gli consentiva di procedere, egli ritornò nel vicolo dal quale poco prima era uscito; e fidando nel suo senso di orientamento, scantonò per altri vicoli e stradette, ora a destra, ora a manca, sperando di giungere nella piazza della cattedrale; ma dopo diverso girovagare attraverso straducole immerse nell'ombra e quasi deserte, si ritrovò ancora una volta nel bel mezzo della folla.
A morte i pisani! — si udiva gridare concitatamente.
A morte i pisani, pensava Dau, voleva significare che la gran flotta, comandata dall'ammiraglio di Bi-serno, ch'egli col suo « Drago » aveva preceduto, s'era dimostrata ostile alla causa del re.
Il popolo si assiepava sempre di più.
Stava indeciso sul da fare quando il suo sguardo cadde su di un individuo, seduto a terra, avvolto dentro un barracano scuro, che assisteva impassibile a tanto baccano.
Dau, toccandogli la spalla, lo interpellò in lingua greca senza che quello si scomponesse. Ripetè la sua domanda in arabo, allora l'uomo alzato lo sguardo e vistosi il gran signore a lui innanzi, si alzò vivacemente
da terra per prostrarsi profondamente dicendo :
— Sono tuo schiavo, Effendi!
— Conosci Salerno? Accompagnami al « Sacro Palazzo ».
— Seguimi Effendi!
Dau si avvolse nel mantello per celare alla vista degli indiscreti le sue insegne reali e accodato all'altro fendette la moltitudine, avviandosi quindi per strade e stradette. Finalmente sbucarono nella piazza, dove dall'una parte in pieno sole guizzavano alte le colonnine del pronao della cattedrale di San Matteo, e dall'altra, nell'ombra meridiana, si ergeva maestoso con le sue severe ogive gotiche, il « Sacro Palazzo » già mirabile sede dei duchi longobardi.
Nella piazza uomini armati sostavano un po' dovunque; anche l'equipaggio del « Drago » di Dau era schierato assieme agli altri : evidentemente le autorità cittadine, temendo qualche eccesso del popolo eccitato, si erano premunite.
Il conte appreso dai suoi uomini che il re aveva convocato l'assemblea del popolo, immediatamente dopo le cerimonie religiose, nella piazza prospicente il castello. Là, dove stavano già radunati tutti i grandi dignitari dello Stato, anch'egli era atteso.
In quella stessa piazza, trecent'anni prima, l'infelice Re Desiderio insediava Principe della Longobardia Meridionale, il duca Arechi II, con una cerimonia poco dissimile dalla odierna. Consegnato al capo della sua centuria il saraceno che l'aveva guidato, perché venisse portato a bordo del « Drago », Dau assieme al principe di Capua, scortato da un plotone di soldati, si diresse entro il « Castello di Arechi ».
L'immensa folla gremiva la spianata.
Il piccolo corteo del conte riusciva ad avanzare con fatica per quanto gli armigeri adoperassero soven-
te le corte daghe di piatto per aprirsi un varco. In quel mentre usciva dalla fortezza l'abate Romualdo Guarna, sollevato su di un palanchino. L'abate, attorniato dal clero e da numerosi chierici, era seguito da una ventina di marinai pisani, facilmente riconoscibili per le caratteristiche giubbette turchine, che portavano tutti una grossa corda legata intorno al collo. I marinai pisani venivano protetti dalla folla da una doppia fila di soldati muniti di grandi scudi ed armati delle fruste marinaresche.
Il plotone del conte varcava il ponte levatoio quando l'abate, con voce sonora, intonava le laudi al re, accompagnato nel canto gregoriano dai sacerdoti, cui faceva eco l'invocazione unanime del popolo.
Dau e Roberto di Capua si inoltrarono dentro al castello fino alla sala d'armi : qui un numeroso gruppo di dignitari attorniava discutendo animatamente, il tronetto sul quale siedeva Ruggiero di Sicilia. Alla sua sinistra stava Gherardo di Bisernio, l'ammiraglio della flotta pisana.
Dau venne annunziato da uno squillo di corno :
— Roberto secondo — annunziava il valletto — principe di Capua, Caserta e Pozzuoli, conte di Aversa, al seguito del Conte di Palazzo, principe di Monreale, Dau Riah'llah ben Al Quattà, rende omaggio al re.
Ruggiero si alzò vivacemente dal suo trono; i presenti si scostarono ed egli corse, con le braccia aperte, incontro a Roberto :
Vieni nobile Drengot a prendere il posto che ti spetta nella gerarchia del regno : il passato è dietro alle nostre spalle; ora dobbiamo lavorare per l'avvenire.
Roberto, confuso, quasi smarrito da tanta espansione, ricambiò l'abbraccio del sovrano e lo seguì andando a sedere sugli stalli posti alla destra del trono,
dove trovavano posti i grandi dignitari della corte.
Quindi un giovane dottore, dicevano si chiamasse Matteo d'Aiello, imposto il silenzio nella sala, dette lettura dei capitoli dell'alleanza stipulata a suo tempo dall'ambasciatore Dau con la repubblica di Pisa.
Terminata la lettura ed appostovi le firme ed i sigilli di convalida, il dottore togato svolse un'altra pergamena e lesse : Non avendo la Repubblica di Pisa mantenuto fede ai patti testé sottoscritti assalendo proditoriamente, per la seconda volta, la regia città di Amalfi...
— Il popolo aveva dunque ben ragione d'inveire — pensava Dau rimasto al fondo della sala, in attesa di conferire col sovrano.
— Considerato — continuava il giovane d'Aiello che la repubblica pisana dichiara, per voce dell'ammiraglio qui presente, conte Gherardo di Biserno, d'essere stata tratta in inganno da voci di sedizione nel reame, per cui l'azione della flotta amica doveva intendersi come...
Un famiglio si appressò al conte di Palazzo e fattolo uscire gli comunicò gli ordini del re : subito dopo la cerimonia, trovarsi...
Dau rientrò nella sala d'armi: i dignitari ora stavano tutti in piedi soltanto il re seduto sul trono aveva davanti a sé, sui gradini d'invito, l'ammiraglio pisano che chinato un ginocchio a terra, ripeteva la formula del giuramento sancita nel trattato di alleanza.
Finita la cerimonia, Ruggiero porgeva una mano all'ammiraglio invitandolo a rialzarsi per riprendere posto sugli stalli.
— L'azione della flotta doveva intendersi un grossolano errore oppure malcelato calcolo? — rimuginava Dau, quando il sovrano con ampio gesto, invitò gli astanti, ad ascoltare la sua parola :
— Gravi eventi turbano il mondo ed agitano i popoli. Perciò è necessario che la pace e la concordia prevalgano nelle nostre contrade onde non essere coinvolti nelle guerre, nei disordini che preludono alla carestia, alle pestilenze ed all'arresto d'ogni proficua attività economica.
Del mantenimento dell'ordine nell'interno dello Stato mi sarà mallevadore il governo responsabile, rappresentato dagli uomini più eminenti delle terre soggette alla corona di Sicilia, da Noi chiamati a far parte della « Curia Regis ».
I titolari dei feudi d'ora innanzi e per sempre, ne faranno parte di diritto : ma l'esecuzione degli ordini del re, ed il compito di far rispettare le leggi dello Stato, spetta esclusivamente al « Divan » di Palermo ed ai suoi organi, dislocati in tutte le città cui sarà dato l'attributo « regio » : questi considereranno ogni cittadino eguale di fronte a quanto codificato.
Ma ben altri problemi si impongono all'attenzione vostra, o vassalli fedeli, ed anche te principe Roberto Drengot : noi abbiamo ascoltato la saggezza dei nostri sudditi di origine araba; abbiamo accettato la scienza di governo sancita nelle leggi bizantine dell'imperatore Giustiziano; abbiamo acquisito lo spinto cristiano di Roma, per formare un solo regno, che uniformando e fondendo in unico fascio quanto è di migliore nelle tradizioni di vita e di lavoro dei nostri popoli, crei condizioni di prosperità e di sicurezza per ognuno.
Però molti nemici urgono alle porte : alcuni sono stati già debellati e resi innocui; altri però continuano ad impugnare armi subdole contro la Nostra persona ed il Nostro Stato : essi non debbono prevalere.
Non prevarranno perché tutti gli italici sentono la necessità del rinnovamento; e Roma segue Arnaldo da Brescia; Spoleto e Fermo non sopportano più le imposizioni e vessazioni dei duchi longobardi; i liberi Comuni della Val Padana si ribellano al teutonico imperatore reclamando il governo ed il controllo della pubblica amministrazione : noi non sappiamo restare estranei a tutto questo fervore di vita nuova.
I miei eserciti, fedeli ed ordinati, sostano in Salerno : sono pronti a varcare il Garigliano ed il Tronto per unificare quanto era stato già unificato dal più antico imperatore, Cesare Ottaviano Augusto.
Se questo dovrà essere il destino del nostro Regno, io Ruggiero, umilmente pregherò Dio perché mi dia la forza di assecondarlo.
II re aveva finito.
I presenti si inchinarono profondamente.
Egli allora estrasse la pesante daga che portava sempre al fianco :
— Duchi e vassalli delle Terre Meridionali, a voi tutti che avete solennemente giurato il Patto di Melfi nell'anno del Signore 1129, il Vostro Re chiede la vostra dedizione alla sua legge.
I vassalli ed i dignitari estrassero le loro spade.
In quel mentre entrava nella sala il vescovo che teneva alta la croce, incedendo solenne fino ai gradini del trono, dove salì; quindi con voce tonante pronunciò la sacra formula : « Egomet Rugieri Regis imperio subjectus, totani atque perfectam deditionem, fideli animo tribuo, atque juro, jurando consacro ».
Così terminava la cerimonia.
L'ammiraglio congedato veniva accompagnato all'uscita; il seguito reale si ritirava dietro al sovrano dalla parte posteriore. Gli uomini del « Divan » scendevano dagli stalli per intrattenere ancora i vassalli sulle disposizioni del governo. Poi assieme, abbandonata la sala, convenivano nel cortile interno, dove stava imbandito il banchetto a base di agnelli
arrostiti allo spiedo,vino di Puglia, olive calabresi edarance di Sicilia.
Su "ArcheoRivista" l' Intervista a Felice Pastore, presidente del Gruppo Archeologico Salernitano sulla struttura organizzativa e le attività culturali del Gruppo Archeologico Salernitano. Sempre sulla stessa Rivista la presentazione al Santo Spirito di Pellezzano di "Sichelgaita tra Longobardi e Normanni" il libro che alla sua principessa ha dedicato l'appassionata Dorotea Memoli Apicella.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo: [...]Vi scrivo per sottoporvi una questione relativa al patrimonio storico della nostra città. Nel Centro storico di Salerno esistono 2 chiostri che sono vere e proprie opere d'arte e che da soli sarebbero in grado di attirare decine di migliaia di turisti ogni anno a Salerno. Uno è il Chiostro grande del CONVENTO DI SAN DOMENICO (oggi caserma della Polizia Stradale) in Largo San Tommaso D'Aquino; esso risale al XIII secolo, presenta motivi arabeggianti ad archi intrecciati e, cosa unica al mondo, il disegno degli archi risulta diverso su ognuno dei 4 lati del chiostro stesso; nell'800 il convento fu trasformato in caserma e gli splendidi archi del chiostro vennero purtroppo murati; del Chiostro grande del Convento di S. Domenico vi invio in allegato 5 immagini; le prime 3 sono disegni d'epoca che fanno vedere come appariva il chiostro fino all'800, le altre 2 sono foto che ho scattato qualche anno fa in occasione di Salerno Porte Aperte e che fanno vedere come gli archi del chiostro risultino murati; visto che il convento è oggi caserma della Polizia Stradale, bisognerebbe chiedere al Ministero dell'Interno la disponibilità a poter restaurare il chiostro riportandolo così al suo antico splendore; meglio ancora sarebbe chiedere al Ministero di delocalizzare la Caserma della Polizia Stradale lasciando così libero non solo il Chiostro grande, ma tutto il convento che tra l'altro vanta pure un chiostro più piccolo. L'altro chiostro di cui vi volevo dire è il Chiostro del CONVENTO DI SAN FRANCESCO (ex carcere maschile) in Via Sant'Antonio; anch'esso risale al XIII secolo e presenta motivi arabeggianti ad archi intrecciati; nell'800 il convento fu trasformato in carcere e, subendo la stessa sorte di quello di S. Domenico, gli splendidi archi del chiostro vennero purtroppo murati; del Chiostro di S. Francesco ahimè non ho immagini da fornirle, anche se esiste un disegno dell'Archinti risalente all'800, che ci fa vedere come tale chiostro era eccezionale come quello di S. Domenico; se non sbaglio il convento risulta oggi di proprietà del Comune di Salerno, quindi in tal caso sarebbe più facile intervenire per riportare il chiostro al suo originario aspetto. Spero che di tali chiostri, e in generale dei conventi a cui appartengono, possiate occuparvene per spingere il Comune di Salerno e la Soprintendenza ai Beni architettonici a darsi da fare per il loro restauro e per consentirne la visione ai Salernitani, nonchè soprattutto ai turisti Saluti. Massimo La Rocca[...]
"Convento de' Domenicani a Salerno" A. Vianelli 1842
foto di Massimo La Rocca
Pubblichiamo le altre immagini nella sezione "Fotografie" raggiungibile dal link sul dorso a destra.
Dal Corriere del Mezzogiorno del 27 febbraio scorso: "...Cividale, Spoleto e Benevento sono infatti unite, nella loro storia millenaria, perchè sono state tre capitali di ducati longobardi...". Ne sconsigliamo tuttavia la lettura a chi è affetto da amor patrio salernitano. Ed anche a coloro che dovessere essere solamente afflitti da interesse per la Cultura. Soprattutto a quei nostri concittadini che credono essere la Cultura e la Memoria il patrimonio più importante della comunità. In calce all'articolo riprodotto alleghiamo la Newsletter n° 24 (già riportata nell'apposita sezione del sito) con i commenti e le considerazioni che ne ha fatto il nostro Direttore. Di questi ultimi invece ne consigliamo la lettura: aver compagni al duol ...
Venerdi 6 marzo 2009 Aggiorniamo il post aggiungendo, in coda alla nostra newsletter n° 24, la puntualissima replica comparsa a firma di Francesca Gargiulo sul Corriere del Mezzogiorno del 5 marzo 2009: "Salerno cerca di risalire sul treno dei Longobardi".
In questa newsletter parliamo ancora una volta di Longobardi e in maniera più ampia e articolata di quanto fosse nelle nostre intenzioni. Questa news doveva essere trasmessa alcuni giorni fa e in essa si sarebbe dovuto parlare esclusivamente di una nostra prossima iniziativa, che si svolgerà dal 25 marzo al 3 giugno c.a, alle ore 18.30 presso l'Aula Magna della Scuola Elementare "G. Vicinanza" - corso Vittorio Emanuele, 153. Si tratta di un Ciclo di Conferenze organizzato per l'anno 2009 -dedicato dalla Federarcheo ai Longobardi - dal titolo 'Goti, Bizantini e Longobardi in Campania tra Tardoantico e Altomedioevo', in collaborazione con il Ministero per i Beni e per le Attività culturali - Soprintendenze salernitane, Università degli Studi di Salerno e Gruppi Archeologici d'Italia e con il Patrocinio degli Enti pubblici (Regione Campania, Provincia di Salerno, Comune di Salerno, E.P.T. di Salerno). Vedi programma sotto riportato. Per fortuna non l'abbiamo pubblicata perché poco prima di trasmetterla abbiamo letto un articolo a tutta pagina sul Corriere del Mezzogiorno del 27 febbraio 2009, pag. 11, dal titolo "Rinasce l'Italia dei Longobardi"in cui si parla ampiamente di accordi tra Città longobarde inserite nel progetto UNESCO. Si esalta il Ducato di Benevento, come è giusto che sia, in quanto capitale dei Longobardi del Sud ma di Salerno, capitale di Principato longobardo con eguale titolo dall'849, nessuna menzione. Dalla lettura delle prime righe appare subito evidente una grande confusione ma soprattutto una poca conoscenza degli eventi storici che caratterizzarono quel periodo. Si citano le tre città, Cividale del Friuli, Spoleto e Benevento come le sole che conservano tracce del passaggio di quella civiltà. Si ignorano totalmente le altre, e per quanto ci riguarda, le presenze architettoniche e storico-artistiche presenti a Salerno. In più, oltre al danno anche la beffa quando si afferma che a Benevento, centro principale della "Langobardia Minor", i Longobardi durarono ancora per tre secoli e mezzo, ignorando totalmente il fatto che fu il Principato di Salerno ad avere questo primato. Fu l'ultimo principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, a cedere nel 1076 la signoria della Città ad un'altra forza, anch'essa venuta da lontano: i Normanni di Roberto il Guiscardo. Ora, alla luce di quanto si sta delineando, ci chiediamo se sia il caso di continuare a fare polemica sterile in casa nostra oppure, cosa molto più costruttiva a parer nostro, mettere da parte orgoglio e pregiudizi e programmare una tavola rotonda con tutti i soggetti pubblici e privati per arrivare a trovare un equilibrio e una proposta valida che ci possano dare forza e coraggio per continuare a sperare in una ammissione della nostra Città longobarda nel progetto UNESCO. La cosa sembrerebbe ancora possibile, considerando anche la "buona novella" che i lavori di restauro dell'aula superiore di San Pietro a Corte sono stati appaltati. Quindi, quanto prima il Complesso riacquisterà il suo antico splendore per diventare, speriamo!, una sede museale. Noi stiamo lavorando in questa direzione. Lo dimostrano le iniziative che facciamo, le pubblicazioni, i convegni, le gestioni e le promozioni varie (articoli, newsletter, giornali di settore, ecc.), impegnando risorse mentali ed economiche. I risultati si raggiungono ascoltando le opinioni di tutti e soprattutto con la collaborazione di tutti.
A tal proposito, abbiamo ricevuto diverse email di soci, studiosi e simpatizzanti che condividono con noi il rammarico per essere rimasti fuori dagli scenari culturali che ci competono. Abbiamo scelto, tra le molte, due note che racchiudono perfettamente questo stato d'animo. Lo storico cittadino, Pasquale Natella, a proposito dell'articolo del 27 febbraio sopracitato, ci scrive: "L'accordo fra Città Spettacolo di Benevento, Mittelfestdi Cividale del Friuli e Festival dei Due Mondi di Spoleto per la valorizzazione e l'uso dei siti altogermanici italiani, nell'ambito del progetto UNESCO Italia Langobardorumvede ancora una volta Salerno assente visto che qui non c'è ombra di festival almeno nazionale - città borghese, mercantile, eternamente in movimento inerte, perde continui colpi ai fini di rappresentare se stessa, e non la sua Provincia, nel consesso dell'attrazione turistica mondiale. Se non fosse per il Duomo potremmo pure eliminarla dalle varie Guide rosse o bleu esistenti. Rammento che Salerno è una delle capitali dei Longobardi (568 - 1076), questo popolo germanico venuto dal Nord Europa che ha rappresentato la più lunga dinastia sovranazionale d'Italia. proprio nella nostra città essa finì e Salerno, nella sua totale insignificanza nei rispetti delle attrazioni culturali, che sono oggi l'unica spinta a far venire gente nei propri luoghi, l'ha di nuovo precipitata nell'oblio. Chi non dà, non riceve."
E poi Cinzia Dal Maso, una delle più accreditate giornaliste italiane di Quotidiani e Riviste specializzate in Beni culturali (La Repubblica, il Sole 24 ore, Bell'Italia, ecc.), ci scrive, inviandoci in allegato un articolo scritto per una - come Lei dice - rubrichina che tengo da un po’ di tempo su Grandimostre (versione cartacea di Exibart, distribuito gratuitamente in sedi di mostre e musei:
ITALIA LANGOBARDORUM
È il nostro prossimo candidato a entrare nella prestigiosa lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Italia Langobardorumè un insieme di sette luoghi che dovrebbero dare il senso della presenza longobarda in terra d’Italia. “La candidatura più articolata e complessa mai proposta all’Unesco”, si legge nel sito internet di presentazione (www.italialangobardorum.it). A giugno sapremo se ce la farà. Al momento, però, articolata e complessa è stata la sua gestazione. Tutto nacque da un’idea dei “Longobardi del nord”, primi fra tutti i friulani di Cividale che ci fantasticano da oltre un decennio. Consci della difficoltà dell’impresa, unirono a un certo punto le forze coi Bresciani, e per completare il quadro “nordico” ci misero pure Castelseprio. Infine si è giunti all’attuale candidatura dove, tra pressioni varie e scelte opportunistiche, hanno trovato spazio anche San Salvatore a Spoleto, il Tempietto del Clitunno a Campello, Santa Sofia a Benevento e il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo. Insomma il tutto è diventatogeographicallycorrect, ma il pregiudizio “nordico” permane comunque nelle date che racchiudono il periodo storico considerato: 568-774 d.C., cioè fino alla fine del Regno del nord. Mentre sappiamo che al sud il Ducato di Benevento (e successivamente il Principato di Salerno) protrarrà i fasti longobardi di altri tre secoli. Certo, la presentazione dice che le date si riferiscono al “periodo di maggior fulgore” dei Longobardi, ma allora perché ignorare la capitale Pavia? E perché comunque trascurare Salerno, porto mediterraneo e fulcro del potere longobardo ben più della defilata Benevento? Oppure l’abbazia di San Vincenzo al Volturno che tanto si barcamenò tra Longobardi e Carolingi? Perché non sono conservati e promossi a dovere, si è detto. Ed è vero. Ma perché allora non adeguarli agli standard di qualità imposti dall’Unesco, e presentare poi una candidatura più organica? Così è solo raffazzonata. Un po’ come nel 1997 quando si candidarono le città vesuviane scordandosi Stabia. I soliti pasticci all’italiana.
Aggiungiamo che l'idea di un progetto UNESCO sui Longobardi la indicammo noi del Gruppo Archeologico Salernitano a Cividale del Friuli quando, in occasione di un viaggio di studio a Udine e Cividale del Friuli nel 2001, fummo ricevuti nella sala comunale dall'attuale Sindaco di Cividale, dott. Attilio Vuga, oggi dinamico Presidente del progetto "Italia Langobardorum". In quel frangente proponemmo anche un gemellaggio culturale tra le due Città dal titolo "I Longobardi in Italia. Dal primo Ducato all'ultimo Principato: Arechi II e Paolo Diacono" sottolineando il fatto che entrambi questi personaggi erano loro e nostri concittadini. Il progetto non ebbe seguito. Infatti, per andare avanti si dovevano attivare le dovute procedure tra gli Enti preposti (Comuni di Salerno e Cividale). Cosa che, purtroppo, non fu fatta. E quell'occasione mancata è stato il primo treno che abbiamo perso.
Il direttore
Felice Pastore
GOTI, BIZANTINI E LONGOBARDI IN CAMPANIA TRA TARDO-ANTICO E ALTO-MEDIOEVO
ciclo di conferenze - 2009 anno dei Longobardi
AULA MAGNA
Istituto scolastico "G.Vicinanza" - Corso Vittorio Emanuele, 153
Mercoledì 25 marzo - ore 18.30 - Claudio AZZARA - Storico, Università degli Studi di Salerno Goti, Bizantini e Longobardi in Campania tra Tardoantico e Altomedioevo.
Mercoledì 1 aprile - ore 18.30 - Amalia GALDI - Storica, Università degli Studi di Salerno Salerno longobarda: alla ricerca di un'identità?
Mercoledì 29 aprile - ore 18.30 - Gerardo SANGERMANO- Storico, Università degli Studi di Salerno I Ducati romano - bizantini della Costa Campana.
Mercoledì 13 maggio - ore 18.30 - Pasquale NATELLA- Storico "Bulgari tra noi": il Meridione medievale fra Longobardi e Bulgari. Stanziamento ed estinzione di una etnia fra VII e XV secolo.
Mercoledì 20 maggio - ore 18.30 - Paolo PEDUTO - Archeologo, Università degli Studi di Salerno Salerno tra Bizantini e Longobardi. Mercoledì 3 giugno - ore 18.30 - Vito LORÈ - Storico, Università degli Studi di Roma Tre La SS. Trinità di Cava e i principi longobardi di Salerno.